sabato 6 marzo 2010

CAPITOLO CINQUE

Il gioco:

Al pari di ogni altro sport che si rispetti, anche il due ha un regolamento e dei ruoli da rispettare, per il corretto svolgimento delle partite. Come abbiamo visto, possiede una sua storia e un gergo che lo accompagna da secoli fino ai nostri giorni. Ma andiamo con ordine:

Il regolamento.

Come ogni sport anche il due ha il suo statuto e le sue regole. Premesso che queste vanno applicate in maniera equa per tutti, e che non dovrebbero essere interpretate, è opportuno ricordare che esiste una leggera forma di lassismo che permette a tutti noi di sopravvivere. È chiaro a tutti, se fossimo capitati qualche secolo più indietro, magari invece che al circolone di Bernate in uno qualunque dei saloon del vecchio west, difficilmente saremmo morti di semplice vecchiaia. Non credo che i frequentatori armati di Colt 45 avrebbero accettato, la visione periscopica di qualcuno di noi, i calcetti sotto il tavolo di qualcun altro, e soprattutto i dialoghi spontanei prima, dopo e soprattutto durante le partite. Ci sarebbe stato da discutere dopo ogni partita e molto presto si sarebbe passati dalle parole ai fatti. Per fortuna, siamo nel XXI secolo (oh, me paro Seneca) ed alla violenza si è sostituita tanta tolleranza. In ogni caso, ecco le regole da tenere in considerazione:
- Non si dovrebbe guardare le carte ai vicini. A meno che questo, non sia assolutamente necessario ed irrinunciabile.
- Qualora una sola carta si volti durante la distribuzione, il mazzo dovrà essere rifatto. Se si ha in mano delle belle carte, si può cercare di fare finta di nulla, o dire: «No! Non ho visto il due di picche che ti si è girato.»
- Qualora uno dei sei partecipanti non disponga dopo la distribuzione delle carte di alcun punto, egli è tenuto a chiedere la ripetizione del mazzo. Aspettare che tutti hanno guardato le carte, e buttarle sul tavolo con gesto teatrale, è un gesto che può divertire, ma in ogni modo rimane un atto da assoluti cazzoni.
- Non si dovrebbe parlare durante la partita, nel senso che, contare i punti ad alta voce o suggerire che cosa giocare ad un indeciso partecipante, falsa l’andamento della stessa. Logicamente però, non facendolo si falserebbe una partita, che sarebbe dovuta essere regolarmente falsata.
- Per vincere bisogna ottenere 61 punti per una chiamata standard, o il numero pattuito durante la contrattazione. Raccogliere tutte le carte, e dire con convinzione «61!» non attacca più! C’è sempre qualche rompicoglioni che ha tenuto il conto.
- Al comandante andranno tre punti ed al socio 1. (ovviamente in caso di vittoria). Agli avversari saranno assegnati -1. Chi segna però…
- Doppio punteggio, per chi chiamerà il due imponendosi 68 punti. Triplo per il settantotto. Quadruplo per l’ottantotto. Il “cappotto” moltiplica per due il punteggio.
- Al giocatore (folle ed inc… fortunato) che vincerà giocando in casa. Andranno cinque punti (-1 agli altri). Valgono gli stessi fattori di moltiplicazione del punto precedente.
- Nel caso di parità, a beneficiare saranno i giocatori in attesa che si spartiranno il bottino, mentre chi ha giocato perderà un punto. Se non c’è nessuno, la classifica non si muove. Colgo l’occasione per ricordare la signorilità, con la quale c’è chi accetta i punti storcendo il naso, così in contrasto con chi invece lo fa andando ad esultare sotto la curva.
- Quando un giocatore chiama il cinque ad invito, un eventuale secondo giocatore che ha la stessa possibilità, ha il dovere di stare zitto. Dare ulteriori indizi, dicendo di avere un altro invito falsa il gioco. Logicamente però, sono solo in pochi (due o tre) ad attenersi alla regola, per gli altri è permesso fare sorrisetti compiacenti, o mormorare frasi ambigue tipo: «Anche io c’avrei un due non male…» Insomma, si mette chi deve chiamare a suo completo agio, sapendo che male che gli vada, beccherà un due non pelato.

Questo dovrebbe essere la base del due corretto. Sappiamo tutti invece, come si svolgono gli incontri e conosciamo tutti i difetti e le cattive abitudini difficili da combattere che ci affliggono e che sono impossibili da rimuovere.

Facciamo ora un esempio di partita regolarmente disputata nel 1850 nel saloon Blue Belle di Denver nel Colorado:

«Il mazzo sta a te Slim!»
«…» (nessuno parla, durante l’incontro e non vola una mosca.)
«Che bella…»
«Ehi, Sam vai in cerca di rogne?» Fa minaccioso Bob alzandosi in piedi e brandendo la sua fiammante Colt.
«Stai calmo Bob! Volevo solo dire che la figlia di Belle si è fatta davvero una gran bella gnocca.»
«Ok Sam!» Mormora Bob rimettendo la pistola nella fondina, aggiungendo: «La prossima volta dillo quando la partita è finita.»

Esempio dipartita giocata oggi:

«Il mazzo sta a te.»
«Non ha caricato! Il compagno deve essere lui.» Dice normalmente il terzo giocatore dopo il socio.
«Metti tu la briscola che poi io ti carico.»
«No, falla mettere a lui così tiene davanti il comandante.»
«E se non ce l’ha?»
«Ce l’ha! Ce l’ha!»
E poi ancora, giusto per non rischiare:
«Cinquantasette!» Esclama uno dei giocatori, subito dopo che il comandante ha giocato in modo da fare capire ai non soci quanti punti mancano alla vittoria.
Oppure, altre frasi condizionanti:
«Il mio socio conviene stare lì in cestina!» Che è un invito del comandante a lasciare passare la mano ed a conservare la briscola per momenti migliori.
«Adesso prende il mio socio ed è finita così!» Invito del comandante a prendere la mano.

La differenza come si vede balza subito all’occhio.


I ruoli.
Dopo le regole è opportuno conoscere i rispettivi ruoli del gioco e le varianti che li caratterizzano:

Il comandante.
È la figura più importante del gioco. Questo ruolo spetta di solito oltre che al più fortunato, anche al più ardito uomo della partita. Mai come in questo caso, il motto:
“Audaces Fortuna Juvat”
calza a pennello. La fortuna aiuta gli audaci, quelli che pur non disponendo di carte eccezionali si scagliano in imprese che potrebbero diventare epiche. Tutti sono in grado di diventare il comandante di una partita, ma un conto è fare il comandante, ed un altro è sentirsi comandante. Un vero comandante, si nota dalla tracotanza e la sicurezza con la quale si districa durante le chiamate spesso, saltando i passi intermedi per puntare diretto al bersaglio grosso. Altrettanto bello è osservare il comportamento altezzoso di quest’ultimo quando è messo in difficoltà da uno stopacü. Egli, rimarrà un po’ a pensare come reagire alla mossa, azzeccando il novanta per cento delle volte quella più adatta. Ed anche in caso di errore, normalmente finirà in piedi l’incontro evitando di essere travolto dagli avversari. Anche il ruolo del comandante ha le sue categorie e le differenze:
- Comandanti di fatto: ossia quelli che si ergono a questa carica quando si sentono forti, e soprattutto hanno dalla loro, carte notevoli che ne auspicano i sogni di vittoria.
- Comandanti ardimentosi: che confidando nell’aiuto della dea bendata, si lanciano alla conquista di vittorie insperate, solo in possesso di poche briscole e di tanta fiducia nei propri mezzi e nella fortuna.
- Comandanti per forza: convinti di essere unti dal Signore, o addirittura imparentati con Lui, si gettano in ogni tipo di partita anche con carte scadenti non facendosi scrupolo di fare cambiare le regole in corsa o di qualsiasi diavoleria pur di vincere. Nel DNA di questi individui esiste solo la vittoria e la parola sconfitta, è senza dubbio sempre da addebitarsi al comportamento del socio.
- Comandante mediamente fortunato: nonostante si barcameni a mezza classifica, questo giocatore sa di poter contare nell’arco di una serata di almeno un paio di mani stratosferiche. Questo giocatore è paziente e le sa aspettare, piazzando sicure vittorie e mettendo a posto il proprio bilancio.
- Comandante pirla: il quale pur essendo certo che la dea bendata ci vede benissimo e che per questo vedrà di evitare di guardarlo, cercherà lo stesso di chiamare esponendosi a figure di merda.

Certo, nell’ultimo caso, non è sempre facile rendersi conto, e soprattutto accettare che la fortuna ti stia voltando le spalle. Per questo motivo spesso questo tipo di giocatore, illudendosi di essere arrivato alla fine di un tunnel, nonostante sia in possesso di carte meno che mediocri, si lascia andare e sfida la sorte. Nella stragrande maggioranza dei casi, questo comandante si sente insicuro e prenderà una sonora legnata che lo sconsiglierà a perseverare. Si accontenterà di contenere le perdite, attendendo tempi migliori.
Ci sono naturalmente ricorsi storici anche per questa figura leggendaria della Briscola a chiamata.
Una figura storica di comandante pirla, può essere ricavata da Benito Mussolini, il quale pur avendo tra le mani al massimo donna, fante e sette di briscola si buttò a capofitto nella campagna d’Africa per cercare di conquistare il suo posto al sole. Esso borioso come solo lui seppe essere, confidava sia nel fido alleato Rommel, sia nel fatto che anche se fosse stato in possesso di armi migliori delle sue, il nemico non sarebbe stato in grado di batterlo. Così, dopo aver fatto sue con le briscoline piccole Tripolitania, Cirenaica invece di accontentarsi e di stare in cestina, cercò di allungare le mani anche all’Abissinia. Ricevendo le giuste mazzate.
Un discorso simile, va fatto per il di lui amico, Hadolf Hitler che disponendo di un bell’asse, tre e re ma essendo sicuro di avere pescato il due in piedi (alleandosi con l’Italia, poteva esserne più che certo di averlo beccato pelato, in tutti i sensi) invece che accontentarsi di una semplice vittoria, aveva voluto fare come si usa dire adesso “lo sborone!”
«Chiamo il due ad ottantotto.» E si lanciò alla sicura conquista di Mosca, il pirla. Doppiamente pirla, se si pensa, che, guardandosi indietro ed imparando dagli errori di altri, (Napoleone Docet,) avrebbe potuto accontentarsi di vincere e di rimanere magari concentrato con le truppe sulla costa della Normandia.
Un esempio di comandante per forza, ce lo abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni. Siede alla poltrona di presidente del consiglio, ed è convinto di essere un Dio sulla terra e di poter tramutare in oro tutto quello che tocca. È riuscito a vincere partite incredibili, magari facendo spostare ospedali, aeroporti e linee aeree, pur di riuscire nei suoi intenti. Gli riuscisse di aumentare di altezza una quarantina di centimetri e di farsi ricrescere i capelli, egli potrebbe ambire anche alla carica stessa di Dio.
Già me lo vedo, di fronte al Padreterno:
«Mi consenta! Lei è già qui da troppo tempo, è ora di portare avanti il mondo in una certa Manieeeeraaaa.»
Altri esempi di comandanti di forza, me lo suggeriscono i conquistadores spagnoli. Pensate a Francisco Pizarro ( non il calciatore dell’Inter, l’altro), inginocchiato davanti ad un enorme quadro raffigurante la Madonna. È lì che prega, piange, si strugge implorandola di proteggerlo e di aiutarlo nella sua missione. Chiede a lei la forza ed il coraggio per affrontare gli Inca, che sono tanti sì, ma che sono ingenui ed incapaci di combattere. Poi si alza, ringrazia si fa il segno della croce, e va fuori a prendere a cannonate un’intera civiltà, radendola al suolo.
Beh, è un po’ come quello che successe (fu meno grave per fortuna) più di quarantacinque ani fa in una partita di calcio tra Inter e Juventus. I nerazzurri, in polemica con la federazione gioco calcio, il cui presidente era… era… ah ora mi ricordo, si chiamava Umberto Agnelli (dove ho già sentito questo nome), che aveva deciso di tramutare uno 0-2 a tavolino in ripetizione della partita, decisero di giocare con undici ragazzini il big match. Ed i mitici bianconeri che fecero? Vinsero? Su questo nessun dubbio, non ce ne sarebbero mai stati. Solo che vinsero, segnando una valanga di goal, nove per l’esattezza. Ed il mitico Sivori (comandante di forza o anche di fatto, a voi la scelta) che fece? Da vecchio aveva sempre predicato il fair play, da giovane essendo in lotta per il titolo di capocannoniere, ne fece addirittura sei.

Il comandante ardimentoso, ispira invece simpatia. È un coraggioso che cerca sempre di gettare il cuore oltre l’ostacolo. È un Ernesto Che Guevara certo di andare incontro al suo triste destino cui non può sottrarsi. Vincerà tante partite anche se poi come poteva aspettarsi, l’ultima di queste gli sarà fatale. È uno di quei piloti di formula uno che non ha mai potuto avere la macchina giusta al momento giusto e che ha spesso guidato al centocinquanta per cento delle proprie capacità per ottenere quello che altri meno capaci, ma più fortunati di lui hanno ottenuto, magari guidando con un braccio fuori del finestrino e la sigaretta in bocca.



Il socio:

Si tratta di sicuro del ruolo più intrigante e stimolante dell’intero gioco. Il socio, comincia a palpitare un secondo prima che il comandante dica il seme della sua chiamata, quasi sentendo che sarà la sua, la carta che sentirà pronunciare.
Gli stati d’animo del socio sono contrastanti e vanno di pari passo, com’è logico, con la qualità delle carte che possiede e che determineranno la sua filosofia e condotta di gara. Se il comandante ha il compito di controllare il ritmo della contesa, il socio è la scheggia impazzita che può, nel bene o nel male accendere la partita.
Esistono anche per questo ruolo che non è decifrabile diverse tipologie di gioco, spesso condizionate dalle carte in possesso, dalla posizione di gioco sul tavolo e soprattutto dalla personalità del singolo individuo.
Spesso il socio può fare la differenza tra una partita vinta ed una persa, con una giocata geniale o con un’azzardata mossa riuscita. A volte però, un’incomprensione o una cazzata madornale del socio, possono fare perdere gare impossibili da perdere. Ricordo allo scopo una partita epica, giocata a Villasanta (saranno passati almeno ventidue - ventitré anni, ma conservo un ricordo indelebile nella mia mente.
Ho nelle mani asso, tre e re, ed arrivo a chiamare il due a settantotto. Siamo in sei, e sono il primo a giocare. Gioco una figura, credo una donna, alla mia destra il giocatore di cui non voglio fare il nome (Dorino; e che cazzo, quando ci vuole ci vuole) va liscio. Carico, carico, carico e carico. Quarantacinque punti di strozzo, e partita persa. Il socio, si accorge di avere fatto la cazzata e tenta biecamente di fare cadere il due per terra.
«Perché non l’hai giocato?» Gli domando stravolto.
Mi risponde a metà tra il terrorizzato ed il confuso in maniera incomprensibile. Gli prendo le carte e le guardo e quasi mi viene un colpo. Aveva a disposizione anche donna, fante e sette di briscola.
Io non ricordo anche se in fondo credo che non sia vero, ma voci autorevoli mi dicono che è da quella sera che ho cominciato la mia carriera di blasfemo e bestemmiatore. Non ho più smesso.
Un altro esempio più recente si è verificato con un due a sessantotto chiamato dal presidente. Il socio (del quale questa volta non voglio fare il nome), dopo avere giocato senza infamia né lode per tutta la partita, nonostante ha dalla sua il re di briscola, si mantiene in attesa. Ha finito i carichi e non può supportare come vorrebbe il comandante aiutandolo a raggiungere l’agognata meta dei sessantotto punti, quando alla penultima mano, decide di compiere il suicidio, portando con se il presidente nel baratro. Forse distratto dalla tensione della partita, più facilmente deluso nel vedere il proprio comandante raccogliere un così magro bottino, prima con il tre e poi con l’asso, il socio, di cui davvero non ho intenzione di fare il nome, gioca il re. Stupore sulla faccia di tutti, travaso di bile del presidente che assume un colorito ittero-giallastro e vittoria degli avversari grazie ai punti fatti di strozzo nella mano seguente. Il presidente prendendo a male la sconfitta maturata a quel modo, medita di abbandonare il tavolo e di appendere le carte al mitico chiodo. Ci ripenserà più tardi, coniando per l’occasione un nuovo termine, ritenendo assolutamente insufficiente ed inappropriato il canonico “Canela,” uscì con un “Gandolfo” insulto supremo che ad oggi non è stato più utilizzato.
Esistono numerose teorie sull’utilità di calare la carta incriminata e svelare a tutti la propria identità. È più che normale quindi, che come sempre, quando si parla di teorie e tattiche di gioco si debba ricorrere a chiedere il parere dell’esperto. Nel suo libro:
“AVRÒ ANCHE PERSO, MA COL CAZZO CHE HANNO CAPITO CHE ERO IO.”
Cagnolati, in una recente intervista, spiega la sua idea in proposito.
«io non capisco la gente che ha fretta di farsi beccare pur di dare il carico al comandante. Ci devono essere i modi e le condizioni giuste per poterlo fare. In particolare mi fanno rabbia i soci, che nonostante siano senza particolari briscole, la giocano subito smascherandosi e facendo perdere la partita al comandante. Giocare l’unica briscola, per giunta quella che è stata chiamata, solo per evitare che qualcuno possa fare dei punti magari di strozzo, è secondo me un atto di inciviltà e manifesta insicurezza in chi lo compie. Io suggerisco sempre di provare a buttare qualche punto per confondere le acque e magari costringere gli avversari a mangiarsi qualche briscoletta. So di predicare nel deserto, quando racconto queste cose, ma se mi sento di farlo, è solo perché nella mia lunga esperienza di gioco ai massimi livelli ho potuto maturare questa convinzione che cerco di portare avanti.»
«Certo però, la posizione sul tavolo può condizionare il modo di giocare ad esempio…»
«Stiamo parlando del gioco che ha le maggiori variabili in assoluto. Io non dico che assolutamente la briscola non deve essere giocata, dico solo che deve essere ponderata. Di volta in volta, anche se, ad onore del vero io rimango sempre dell’idea che mantenersi in incognita fino all’ultimo, è un’arte che bisognerebbe insegnare nelle scuole.»

Lasciando perdere per un attimo le teorie del fuoriclasse, possiamo riassumere in breve il compito di un bravo socio.

- Socio pelato: cercare di non farsi beccare e ponderare come suggerisce il guru del due, il momento più redditizio a fuoriuscire l’unica briscola. Approfittare di tutte le occasioni, compatibilmente con la necessità di non scoprirsi di portare punti alla causa comune. Assolutamente evitare di mandare in presa il comandante.
- Socio con altre briscole medie: seguire il gioco, cercando il momento più giusto per sferrare l’attacco. Va tenuta sempre in considerazione la posizione che il comandante andrebbe ad assumere e l’impatto che la mossa potrebbe avere sulla partita.
- Socio con briscole alte: guidare il comandante, in modo da permettergli di fare punti, e mettersi nella condizione di coprirgli le spalle. Potrebbe essere utile fargli capire subito giocando la carta chiamata, che si è in possesso di altre briscole abbastanza grosse.
- Socio che chiamava lo stesso seme del comandante: è un must, fare comprendere subito al comandante che non solo siete il socio, ma che siete in possesso di quello che gli manca. Questa mossa, normalmente ottenuta fornendo al chiamante un carico da raccogliere già in prima mano, serve anche per creare il panico negli avversari che cominceranno ad avere freddo ed a temere il classico cappotto.

Lo scopo del socio, qualunque sia la sua condizione, è quella di lasciare il comandante il più possibile ultimo ed in grado di poter gestire la situazione a modo suo. Per questo motivo è apprezzabile “girare il gioco” quando è possibile e fare in modo di lasciarlo ultimo, mentre sarebbe sconsigliabile giocare briscole, se non in casi eccezionali, che lo rendano primo a giocare ed esposto agli avversari.
Come abbiamo avuto modo di intuire, per un comandante è molto importante il socio, sia sotto un punto di vista di fornitura di briscole, sia sotto quello della posizione strategica sul tavolo. È meglio averlo, subito dietro a fornirti la giusta protezione. Non deve essere sottovalutata poi, l’importanza della personalità dello stesso. Per il comandante, infatti, sapere che potrà contare sull’appoggio di Caio, anziché su quello di Sempronio, può essere altrettanto utile e rassicurante. Un’iniezione di fiducia che facilità un poco la partita.
Un esempio eclatante di questo, viene dalla storia contemporanea. G.W. Bush che possiamo tranquillamente paragonare ad un comandante, pur con tutto l’amore che può provare per il suo amico Silvio Berlusconi, che si danna l’anima pur di aiutarlo, preferisce di gran lunga essere in compagnia di Tony Blair. È più affidabile e di sicuro più smaliziato del piccoletto italiano.
Oppure, chiedete a Hitler, se era felice quando si accorse che il socio nella seconda guerra mondiale altri non sarebbe stato che il pelatone in camicia nera.
Diciamo per essere gentile, che non ci si meraviglia più di tanto, leggendo un leggero gesto di disappunto sul volto del comandante, allorché si accorge, che il socio è quello e non l’altro individuo. Poi, però tutto si ricompone: l’importante è solo la partita.
Il ruolo del socio quindi può essere, in funzione delle carte di cui si è in possesso, esaltante o avvilente. Uno stato d’animo, che si può con l’esperienza, leggere sul volto dei giocatori. Si può vedere il sorriso sornione di chi, oltre alla briscola chiamata dispone di qualche pezzo da novanta e qualche carico, alla voglia di essere da qualsiasi altra parte, fuorché seduto a quel tavolo, di chi invece dispone solo della briscolina che lo ha incastrato e magari solo un paio di punti come dote. C’è da aggiungere spesso la frustrazione di sapere che, forte delle sue aspirazioni il comandante ha alzato la posta pur di riuscire ad ottenere il diritto di chiamare il vostro due e che voi e solo voi, vi siete resi conto di avere le stesse possibilità di vincere di quelle che avreste di portarvi a letto Cristina Aguilera.


Gli avversari.

Sono una squadra che si rinnova ad ogni partita è che ha l’unico scopo di fare perdere chi si è arrogato il diritto di chiamare.
Per poter riuscire nell’impresa di vincere l’incontro, la neo squadra si deve attrezzare in corsa e definire senza parlare i rispettivi ruoli. Il ruolo di rompicoglioni addetto alla giocata dello stopacü, di solito, spetta all’ultimo giocatore prima del comandante e solo raramente, al penultimo che si sente in diritto di provare qualora disponesse di molte briscole. I guastatori invece, sono degli avversari delegati a dispensare carichi e punti non appena chi ha chiamato ha calato la sua carta. Per riuscire a vincere, la squadra avversaria che può contare normalmente di briscole meno importanti rispetto al comandante, deve giocare in maniera irreprensibile, sapendo dispensare con il comandante in giusta misura, il bastone e la carota. Mandare in presa il comandante e colpirlo la mano seguente in contropiede.
Di solito un carico non dato, o più facilmente una briscola giocata di troppo segna il confine tra una facile vittoria ed una sconfitta generando migliaia di chiacchiere e vetusti ragionamenti con il senno di poi.
Questi improvvisasti Vietcong, sono spesso costretti alla guerriglia sempre aspettando l’arrivo dei rinforzi o della cavalleria che con una mano sapiente permette di chiudere una partita o quantomeno di riaprirla.

CAPITOLO NOVE

Il Lessico.
Qua di seguito sono riportate alcune delle frasi celebri che hanno contribuito a fare grande questo gioco e che allietano ogni settimana il buon gioco. Logicamente, mancano tra di esse quelle che già sono state trattate in fase di “giocate” o di “chiamata”, ma tantè.

Ta set un bon no! insultino di primo grado che può essere dispensato da tutti in direzione del giocatore che ha fatto perdere la partita. Essa tende a rendere palese il proprio pensiero riguardo le qualità e le giocate non proprio cristalline di un partecipante. Questo titolo poco onorifico, si differenzia da quelli che seguono in quanto pur avendo decorrenza ed efficacia immediata, si cancella durante la partita seguente.
Canèla: insulto di penultima categoria, riservato al giocatore che si è macchiato di grave colpa o errore. Esso di solito, viene conferito nientemeno che dal presidente e ha efficacia immediata. Può essere cancellato solo da una serie positiva che lo riguarda e che restituisce appieno il maltolto. Il titolo di canèla può decadere in caso di amnistia o per decisione del gran consiglio, quando votato all’unanimità.
Gandolfo: è l’insulto supremo che il presidente decide in casi di colpa grave e non solo presunta, che ha arrecato danno alla causa presidenziale. Come il precedente anche questo appellativo ha efficacia e decorrenza immediata e non può essere revocato. Neppure ricorrendo alla Sacra Rota. Con il tempo, perde un po’ della sua carica, ma non appena si ricade in qualche errore, ritorna a galla in tutta la sua potenza. Si tratta in breve di una specie di gogna indolore, anche se ne conserva tutte le caratteristiche.
Edhleschulden Cagnulà! È diventato l’inno del nostro amato gioco e naturalmente una canzone dedicata al due, non poteva prescindere dal campionissimo. Si può definire un tributo ed un’onorificenza che tutta la società ha voluto dedicare all’indiscusso numero uno del Due. Il periodo migliore, in cui l’inno viene cantato è durante le festività, ma non si disdegna di recitarlo ogni qualvolta il già citato asso del gioco ci regala una delle giocate che lo hanno reso unico e (grazie al cielo) irripetibile.
Souch in pé. Definizione poco nobile, che rende palese la condizione di sofferenza del socio, trovato in possesso solo della briscola chiamata. In passato, (in tempi decisamente migliori) tale briscola veniva definita “pelata”, poi con il tempo, per non arrecare offesa a qualche partecipante al gioco, dalla chioma non più particolarmente fluente, si è preferito mutare l’affermazione.
Saltic adoss (nome del giocatore) Saltic Adoss! Slogan che suggerisce al giocatore, il cui nome è inserito nello stesso, di mangiare la briscola e di prendere. È l’occasione per chi deve giocare e che viene osannato, di sentire tutto l’affetto (interessato) dei suoi compagni di avventura e per sentirsi importante.
Caga o lascia libero il buco. Suggerimento non particolarmente fine che si decide di dare al giocatore troppo indeciso. Nella frase poco carina si esorta lo stesso a sbrigarsi a prendere una decisione: calare il carico (o la briscola) e di lasciare ad altri l’incombenza di risolvere la giocata.
Palturell. definizione equivalente a quella ufficiale “cappotto” che identifica una vittoria senza perdere un singolo punto.
Sta in cestina. Frase equivalente alla più nobile tira i remi in barca. Essa indica durante la fase di chiamata la volontà di rimanersene fuori dalla bagarre e di solito è accompagnata da carte del cavolo. Durante il gioco, è un consiglio che può essere utile al socio non particolarmente ricco, per cercare di mimetizzarsi e di portare in porto una partita disperata.
Sta quatà. Altro modo per dire stai in cestina.
Braccine: frase con la quale Seneca amava apostrofare chi si limitava chiamare senza esporsi più di tanto e rischiare di perdere le partite. Ancora oggi, viene utilizzata per definire il giocatore pavido che si ferma sempre al due a sessantasette.
Tela che inda lè la Carmen Russo: nulla ache vedere con le giunoniche forme dell’attrice, la frase indica con certezza (si dice quando è scesa la briscola chiamata) l’identità del socio.
Carta in sui ball, partida persa: frase scaramantica che indica nella caduta di una carta ad un giocatore, cattivi presagi. Non ha particolare fondamento, ciò nonostante persevera ed aleggia come un condor pasa sulle teste dei giocatori.
La dona la va muntada cunt ul re: una delle giocate tipiche del due, nella quale il giocatore che ha giocato una donna di strozzo o di briscola, se la vede sormontare dal re dello stesso seme. L’enfasi, parrebbe accompagnare tale operazione come se fosse una normale copula che il regnante si assicurerebbe in virtù del suo potere, anche se rimane una giocata spesso fine a se stessa.
Ciapa e turna. Espressione utilizzata da un giocatore, molto probabilmente il socio, che dopo avere preso una mano di briscola, si appresta fare altrettanto con una nuova briscola. È una giocata importata dal tresette, dove ha maggiore utilizzo.
Qui si fa l’Italia o si muore. Frase storica, coniata da Garibaldi ai tempi della spedizione dei mille, che di tanto in tanto viene presa in prestito dagli avversari del comandante. Essa indica un ordine implicito di darsi da fare per il tentativo di golpe e di vittoria della partita.
A l’è le a curà i biciclett. Osservazione che riguarda un giocatore dal quale si aspettava molto, e che invece, non disponendo di briscole è costretto ad adeguarsi ed a lasciare prendere qualcun altro. Molto probabilmente il socio. È un attestato di disistima, che tende a rendere esplicito a tutti quale sarebbe l’unica attività che, questo individuo potrebbe aprire e portare avanti.
A l’è minga le a curà i biciclett. Attestato di stima (che può precedere quello soprastante) nel quale un giocatore, molto spesso il comandante ripone fiducia nel proprio compagno. Esso si divide in due fasce: quello di speranza, destinato al giocatore che non ha ancora giocato; e quello di sollievo che invece va a carico di chi ha già (brillantemente) giocato. In quest’ultimo caso, deve essere considerato come un valore al merito.
Cioc e minga bon, cart a munton. Frase che tende a mettere in risalto la pochezza delle proprie carte e che invece, descrive la fortuna di qualcun altro. In essa, chi la pronuncia, rende esplicito tutto il suo rammarico ed un po’ d’invidia per chi, ha più fortuna e spesso e volentieri si trova con carte molto belle.
Quant l’acqua la tuca ul cü, o bef o negà. Lo dice la frase stessa, quando l’acqua arriva alle terga, ci sono due alternative: bere o annegare. È un colorito “o la va o la spacca” nel quale il giocatore arrischia una giocata (o una chiamata) sperando nella fortuna cieca (ed un po’ troia) si tratta di una frase di valenza storica che mette in luce il vero spirito con cui ci si deve avvicinare alla briscola a chiamata.
A tucava minga te: rimprovero verso il compagno di squadra che ha messo una briscola al momento sbagliato ed ha reso complicata l’esistenza ai propri alleati. Questa giocata di solito è vista di buon occhio dal comandante a cui l’errore buon pro ha fatto.
Mai rischiare su uno: nel caso ci sia da mangiare la briscolina del socio, il penultimo si trova sempre di fronte al dilemma: mangio o carico e lascio mangiare lui? La regola non scritta dice di non rischiare mai su di uno. ( a meno che non gli si abbiano viste le carte.)
Rischia su di uno. Occasione diametralmente opposta alla precedente, quando si ha l’occasione di cercare di fare propria la mano e si rischia una briscolina piccola, solo perché dietro manca solo un giocatore. Normalmente il socio, con una giocata rischiosa di questa specie può portare a vincere la partita con tanto di cappotto. Molto spesso invece, si rischia di compromettere una partita già vinta. Ma si sa, “audaces fortuna juvat.”
A l’era capott: frase tipica recitata un po’ da tutti a fine partita, su come sarebbe stata quest’ultima chiamando le carte del vicino. Con il senno di poi, e soprattutto a carte soperte si sarebbe vinta qualsiasi partita e soprattutto si chiuderebbero il novanta per cento dei casi con un cappotto.
Sacrament d’un asnin cunt i urecc biacà giò: biblica frase tipica del locale “da Giulio” ove si sono giocate alcune tra le più importanti partite della storie della federazione. Essa è da attribuire allo stesso Giulio Seduto, mitologico proprietario del locale e gran cultore del gioco. Questa frase è rimasta aleggiante sopra le teste di alcuni di noi, come un monito perenne e la consapevolezza che il tempo andato non ci sarà mai più.

CAPITOLO OTTO

Vecchie glorie:
Uno sport che si rispetti, deve avere i suoi miti passati. Qualcuno che vale la pena di rimpiangere, perché si è allontanato dai tavoli da gioco. Eccovi allora, qualche ricordo di campioni che hanno calcato i tavoli del due e che hanno lasciato tracce indelebili del loro passaggio.

Angiolino:
Dell’“animale da Due” come fu definito da Zeus in persona, abbiamo già parlato in precedenza, quello che possiamo aggiungere è solo che si tratta di sicuro di una figura di spicco. Una specie di mitologico essere tipo Centauro, mezzo uomo e mezzo cavallo; Minotauro mezzo uomo e mezzo toro: Angiolino fu mezzo giocatore di Due e basta. L’altra metà non fu mai trovata.
Egli fu una specie di Oronzo Canà, il famoso tecnico calcistico sostenitore dello schema di gioco a 5-5-5. Attaccante immarcabile, Angiolino era in grado di presentarsi regolarmente nelle aree avversarie due al piede e di seminare il terrore (specialmente quando chiamava e ti beccava). La critica, da sempre severa sui giocatori di questo calibro, lo mise più volte in croce per alcune giocate ardite (e un po’ stronze) ed alla fine ebbe la meglio sulla sua voglia di continuare a giocare. Appese le carte al chiodo ancora giovane e si trasferì alle dipendenze del circo di Darix Togni dove ancora oggi si esibisce come fenomeno vivente.
Di lui rimane il ricordo indelebile delle sue giocate, un libro di teorie e di profezie, che al pari di Nostadamus è ancora in fase di interpretazione. Rimane soprattutto, la consapevolezza di aver perso per strada un inimitabile cultore del bel gioco e di tutta la briscola a chiamata.

Dorino.
Giocatore di difficile interpretazione. Un altro animale da due che ostentava purtroppo insicurezza ad ogni carta giocata. A differenza del suo grande antagonista il mitologico Angiolino, egli era un difensivista che faceva del contropiede la sua arma micidiale. Così come il primo dispensava terrore quando chiamava, il secondo distribuiva brividi a manciate, quando erano gli altri a comandare il gioco. La paura che fosse lui il socio, essendo inimmaginabile che potesse chiamare, condizionava a volte le partite e le rendeva di impossibile interpretazione. Si ritirò alla fine di una dignitosa carriera, rifiutando le offerte di diventare allenatore. Era nauseato dal gioco e voleva chiudere per sempre con esso.

GianPaolo.
Estroso. Coraggioso al limite della follia. Il giocatore rappresentava la mina vagante ad ogni partita. La voglia di protagonismo e la mania di grandezza lo portavano a chiamare anche in condizioni di sicura inferiorità. Come tutti gli attaccanti, ha raccolto meno di quanto avrebbe meritato e si è allontanato dai tavoli molto presto, facendo crescere nei tifosi più di un rimpianto per la decisione prematura.

Alberto il biondo (Cuciuffo).
Ha ballato solo per qualche stagione, direbbero di lui i giornalisti sportivi. Si tratta di un giocatore con mentalità vincente che ha calcato per qualche stagione con successo i tavoli del due. Giocatore di sostanza e di buone doti fondamentali, vinse con la sua nazionale i campionati mondiali a Città del Messico. Insieme con il suo gemello Romano (che vedremo in seguito) decise di porre fine alla propria carriera, per dedicarsi ad un altro sport nel quale la coppia eccelleva: il calciobalilla.


Romano.
Meno eccellente del suo gemello, era un giocatore con caratteristiche difensive. Badava più al sodo che alle giocate risultando a volte anche un po’ antipatico. (nessuno glielo avrebbe fatto notare però, vista la mole fisica non indifferente.) Egli contribuì in maniera decisiva a convincere il naturale compagno ad abbandonare il due per dedicarsi con lui al Calciobalilla.


Ivan.
Figlio d’arte di un grande giocatore della storia, il mitico “Giuan Casciaball,” Ivan seguendo l’impronta del celebre genitore si affacciò presto al gioco. Egli si mise subito in mostra per la facilità di giocata e per l’adattabilità della sua mentalità al nostro modo di giocare. Tra l’altro una sua leggera disfunzione (leggero strabismo) lo facilitava abbastanza nel gioco, diciamo sporco sia in fase di osservazione (delle carte altrui) sia in quello di comunicazione visiva con gli avversari. (Ammiccava al cassiere guardando però me, così il cassiere ignaro faceva la sua partita, ed io magari finivo per caricarlo convinto che mi avesse fatto un cenno.)
Si allontanò presto dalla società, preferendo raccogliere successi a mani basse in altre federazioni più lontane. Concentrò la sua attività in America Latina conquistando decine di trofei, coppe Libertadores, classifiche dei marcatori e DUE D’ORO a bizzeffe. Raccontò di essere stato chiamato la “perla bianca” in contrapposizione a quella nera impersonata da Pelè, con il quale ha intrattenuto a lungo un rapporto di stretta amicizia. Secondo i suoi racconti, egli è stato sul punto di essere eletto presidente dell’Argentina e che solo l’intervento del Gaucho Triste Carlos Reutemann gli ha impedito di salire a capo del governo.
Fu in pratica il quinto e più importante dei famosi Beatles, per i quali, dopo essere uscito dal gruppo solo per la calvizie che lo rendeva poco fotogenico, continuò a collaborare dietro le quinte. Assicura che Yesterday, Let it Be, Hey Jude e molte altre canzoni le ha scritte lui stesso e che, per dispetto abbia contribuito a fondare anche i Bee Gees.
Ivan inoltre, è il primo uomo in grado con una motocicletta dotata di motore elaborato ad essere arrivato alla bellezza di 427 Km/ora e di detenere il record mondiale di accelerazione: da 0 a 100 KM/h in 0,23 secondi.
Dotato di un indiscutibile attrezzo di piacere, (fondi attendibili assicurano che è vero) il nostro eroe ha ottenuto più volte la laurea Honoris causa allo “stanga raduno” della Val Vigezzo.
Negli anni sessanta, Ivan fu capo delegazione nella prima spedizione di Apollo sulla luna. Fu lui a mettere il primo piede sul satellite naturale, anche se per ragioni di amicizia, lasciò ad Armstrong l’onore di poter raccontare di averlo fatto.

Qui mare della tranquillità, Ivan ha allunato.

Di tutto questo naturalmente, non v’è traccia. Né sugli almanacchi sportivi, né su qualsiasi quotidiano dell’epoca né in ogni altro tipo di archivio. Ma l’importante è che abbia dimostrato di essere il fiero erede del mitico Giuan.

Adamino.
Figura recentissima del gioco. È uno dei giocatori storici che ha contribuito a fare grande la società. Non deve essere dimenticato mai oltretutto, che grazie a lui ed alla sua partecipazione all’ IBM TWO league, è stato importato, inserito e metabolizzato (mah?) il famoso “invito.”
Il giocatore ha vissuto fasi diverse nella sua carriera: una prima in cui difficilmente gli riusciva di frenare la impulsività, ed era portato ad ergersi al ruolo di comandante in partite impossibili. La sua generosità unita all’audacia al limite dell’incoscienza, lo spingevano spesso a gettare il cuore oltre l’ostacolo. (È passata alla storia a riguardo, una sua risposta ad un cinque ad invito, senza essere in possesso di alcuna briscola, che gli costò un cappotto a rovescio.)
Maturando (i maligni tendono a fare coincidere questa sua metamorfosi, con l’esatto momento in cui si cominciarono a marcare i punti e ad attribuire ad essi un valore economico) il giocatore ha imparato a dominare la sua spavalderia ed a controllare meglio la situazione diventando un giocatore abbastanza saggio e morigerato.
Indiscutibilmente dotato di una buona visione di gioco, Adamino non sfigura certamente al cospetto degli altri giocatori e talvolta ha ancora occasione di partecipare senza impegno a qualche partita. Il suo carattere sparagnino degli ultimi tempi, lo ha messo in contrasto con la società creando più di un diverbio e affrettando l’uscita di scena del giocatore dalle competizioni.

CAPITOLO SETTE

La squadra:

Per rendere leggendario il nostro gioco c’è voluta la passione e la dedizione di tanta gente. Molti sono passati come meteore sui tavoli da gioco, altri hanno scelto strade diverse, pochi hanno tenuto viva la tradizione ed hanno permesso ai nuovi di trovare un terreno fertile per dimostrare le proprie capacità. Conosciamoli:

Il presidente.
“Asta la vittoria siempre!” Questo motto così caro a Che Guevara, si sposa perfettamente con la figura del presidente dell’associazione. Si tratta di un giocatore vecchio stampo, un vero e proprio comandante che con il coraggio e lo sprezzo del pericolo si è sempre imbarcato in migliaia di partite, giocate all’arma bianca.
Il “macellaio,” così era noto il presidente, prima dell’attuale carica che riveste da decenni, doveva l’appellativo alla forza ed alla determinazione con cui affrontava gli avversari, spolpandoli fino all’osso. Di carattere forte il “Pres” come viene chiamato attualmente nel giro del gioco, è la classica macchina costruita per ottenere la vittoria. Nessuno come lui è in grado di memorizzare durante l’incontro i punti, fatti, le briscole utilizzate e tutto il resto necessario al conseguimento della vittoria.
Un personaggio di questo calibro presta il fianco ad innumerevoli leggende, che ne contornano la figura destinata a diventare un giorno, mitologica come quella di un Dio. Una di queste vuole che quando, fu partorito avesse ben impresso sulla schiena l’immagine premonitrice di un due di coppe. Altri, smentiscono questa teoria asserendo che invece si trattava di un “asso di bastoni” e che non fosse proprio tatuato sulla schiena.
Un’altra leggenda invece vuole che il futuro Pres, dopo pochi giorni avesse cominciato ad armeggiare con le carte da gioco e che già all’inizio della primavera del 1961, avesse giocato e vinto la sua prima partita di briscola a chiamata.
Dopo aver equamente distribuito i suoi interessi tra il gioco che lo avrebbe reso celebre e la sua altra grande passione, le donne, (sarebbe stato più adatto scrivere la figa) il “macellaio” raggiunse nel finire degli anni ottanta la completa maturità dal punto di vista tecnico tattico, si vocifera anche grazie al matrimonio.
Ottenne la prestigiosa carica di presidente per acclamazione, dopo l’ennesimo torneo vinto e da allora è considerato e riverito come leader massimo dell’associazione. La sua reggenza è diventata simile ad un pontificato, venendogli rinnovata la fiducia ad ogni nuova elezione.

Il cassiere.
Giocatore oriundo cui, vista la classe innata e l’abilità nel gioco è stato prima fornito un regolare passaporto contraffatto per poterlo tesserare, ed in seguito avviata la pratica di naturalizzazione.
Si tratta di un altro mostro sacro del due, che per la qualità del gioco fantasioso e maledettamente concreto, si è guadagnato in fretta l’affetto dei tifosi che lo hanno riempito di appellativi più o meno calzanti. La regalità del gioco aveva suggerito alla moltitudine dei suoi fans, il nomignolo di “Sultano di Merone” amena località in cui il giocatore, nel quale i tifosi avevano già intravisto le stigmate del futuro fuoriclasse, usava andare in ritiro nei prepartita amando attorniarsi di belle ragazze.
Poi, grazie al gioco dissacrante con il quale riusciva a demolire gli avversari, il futuro cassiere si era guadagnato il titolo di “Santo Padre.” Il nome era anche dovuto alla abitudine di fare il “labbro” e di benedire gli avversari prima di finirli. Divenne per il tifo organizzato (questa volta organizzato dal presidente, che aveva suggerito) anche la “Pelagura.” Forse in onore di Epicuro, filosofo greco famoso per il materialismo ed essenzialismo delle sue idee e di Pitagora del quale ricordava le geometrie nel gioco.
Il suo gioco meno spettacolare di tanti altri ma assolutamente concreto e redditizio è la stessa immagine del carattere del soggetto. Famose nel suo repertorio sono le giocate di rinterzo (dai, ormai lo sappiamo che è lo stopacü), le sporche sempre di pregevole fattura e le prese “di giustezza” come le definisce lo stesso giocatore.
La carriera del mitico giocatore è stata funestata da alcuni infortuni che ne hanno condizionato la presenza, ma mai il gioco. Il più grave dei quali lo ha costretto a rimanere in piedi a lungo (aveva subito un colpo proibito al soprasella ed aveva dovuto subire un complicato intervento chirurgico.) I maligni avevano previsto la fine della sua carriera, ritenendo impossibile la ripresa dopo un simile intervento; sul campo invece il cassiere dimostrò da subito di essere tornato e di essere più forte di prima. Quando dopo essere tornato, realizzò la prima vittoria, si avvicinò alla telecamera prima portando l’indice della mano destra davanti alle labbra come per zittire tutti, poi sollevando la maglietta sul davanti, mise in bella mostra la scritta “W la Figa” tatuata nel villoso petto. È l’immagine della fine di un incubo per lui e per tutti i suoi estimatori che è paragonabile al celebre urlo di Tardelli dopo aver realizzato il goal del due a zero nella finale dei mondiali del 1982.

Il Campione.
Giù il cappello! Di fronte al questo autentico fuoriclasse togliersi il cappello non è un semplice atto di cortesia, ma piuttosto un dovere, un imperativo categorico.
Probabilmente i natali di questo asso, in quel di San Germano Vercellese, ne condizionarono la carriera, forgiandone il carattere e acuendone la fantasia. Cresciuto nel feudo sportivo della gloriosa Pro Vercelli, il nostro uomo ha dovuto sudare per conquistare quel posto al sole che gli spettava di diritto e che regolarmente, poi è arrivato. E lui, non ha voluto dimenticare la squadra, in cui dopo anni di tentativi è riuscito a diventare sottoaiutosegretario del vicecustode nell’ufficio pubbliche relazioni, con incarico di commentare per la società con i media, le partite pareggiate in casa con un punteggio superiore a 5 a 5. Considerando il favore concesso al nostro uomo, dal presidente della Pro, un atto dovuto in virtù del prestigio portato alla squadra dall’illustre tifoso, il campione ha deciso di mettersi così al servizio della sua società, con l’abnegazione di un dilettante.
Dilettante in questo gioco invece, proprio non è il mitico Cagnolati. È stato il primo professionista della nostra disciplina ed il primo ad avere l’onore di aprire a suo nome innumerevoli scuole di Due, disseminate in tutto il globo terrestre. Come nel caso del presidente, anche il pluridecorato giocatore nacque con i segni del campione segnati sul proprio corpo. Se però il presidente presentava alla nascita una voglia a forma di due di coppe, il nostro uomo presentava fieramente sul petto, tatuata da madre natura la donna di picche (si proprio la pepa). Anche lui presentava il secondo segno del campione predestinato: l’asso di bastoni, ben visibile e minaccioso più che mai. (Ah, come passa il tempo! Nda)
Dalle giovanili della Pro Vercelli il campione fu avvicinato da Cestmir Vycpalek che lo avrebbe voluto con lui alla Juventus. Il fiero futuro campione però, non rispose ma mostrò all’incolpevole allenatore straniero, il più classico gesto dell’ombrello.
«Meglio finocchio che alla Juventus!» Gli ribadì allontanandosi da lui, lasciandolo in malo modo.
«Bvavo, è esattamente quello che dovevi divgli a quello stvonzo!» Gli sussurrò alle spalle uno strano individuo balzato fuori inaspettatamente da una siepe. Egli era vestito con uno strano tailleur fucsia, e parlando giocherellava in continuazione con un boa di struzzo rosa. Il futuro campione si fermò sorpreso di vederlo, incapace di aggiungere altro.
«Hai fatto benissimo! Guavda, io ad esempio pvefevivei pvendevlo nel culo piuttosto che giocave con lovo!»
Cagnolati, nonostante tutto, uscì da quella strana esperienza ancora più convinto della scelta fatta e più forte che mai. Debuttò in prima squadra l’anno dopo ed in nazionale dopo solo due partite. La sua fantasia e la raffinatezza nel palleggio delle carte, lo fecero subito notare al pubblico di tutto il mondo. In molti lo paragonarono subito a Pelè, alcuni per via del ruolo a Garrincha, altri ancora a Di Stefano.
«Io mi ispiro a Claudio Sala! Il poeta!» Esclamò il campione zittendo tutti.
E l’emulo di Claudio Sala si dimostro in campo forte, almeno quanto si era dimostrato nei rapporti con la gente e la stampa in genere. Vinse immediatamente nel primo anno di attività: campionato, coppa Italia, coppa DUEfa, classifica dei marcatori ed un paio di lunghissime partite a monopoli. Esattamente quello che gli serviva, per farsi conoscere.
A fine stagione partecipò con successo ai mondiali su strada di Ostuni, ottenendo neanche a dirlo la prima maglia iridata, bissata nella primavera successiva dalla vittoria alla Sanremo.
«CagnolatémegliePelé» Urlavano i tanti suoi fans disseminati dalle alpi alla Sicilia.
“È nata una stella!” titolò la gazzetta dello sport alla fine della finale mondiale vinta a Bangkok. La rosea da sempre diffidente sulle doti indiscutibili del campione, dovette arrendersi e dedicargli la copertina e ben sette pagine all’interno.
Da quel momento, il giornalista Maurizio Mosca nelle sue bombe di mercato, stante anche la crisi societaria in cui versava la Pro, ebbe la possibilità di sbizzarrirsi e di accasare il nuovo talento ad ogni squadra presente sulla faccia della terra:
“Cagnloati va alla Juventus!”

“Inter: è ormai fatta per Cagnolati! Accordo trovato tra il giocatore ed il presidente Angelo Moratti.”

“Gli occhi del Manchester United sul nostro migliore talento. Sfuma l’accordo trovato con il Liverpool.”

“Cagnolati visto limonare all’aeroporto con la cugina di Puskas. C’è aria di Real Madrid!”

“Che tridente! Rivera, Prati e Cagnolati per l’attacco del diavolo.”

“Johann Cruijff è sicuro. Io e Cagnolati insieme nell’Ajax.”

“Aioo! Caggnollati viene a giocarre con noi! Colpo del Cagliari, Cagnolati è suo!”

“Sel cambia squadra, Ul Cagnulà al vegn a l’Inter.”

«Cerea. Cagnolati è tifoso del Toro. Se cambia, viene qui.”
Nella inattendibile confusione generata dal mago del pendolino, nessuno si era preso la briga di chiedere direttamente a lui, la sua destinazione, essendo inimmaginabile che restasse legato ad una società ormai ad un passo dal fallimento.
Ci fu allo scopo una conferenza stampa nel salone buono della sede della Pro Vercelli, dove l’interessato, dopo aver ringraziato i dirigenti per l’aiuto avuto ed aver augurato loro di tornare presto tra le grandi, finalmente si dedicò alla curiosità dei giornalisti:
«La mia destinazione futura sarà…»
una lunga pausa per acuire ancora di più la curiosità dei presenti.
«Il Benfica!» Spiegando subito il perché della strana scelta, agli attoniti giornalisti presenti: «Mi piaceva il nome.»
Stipendiato dal Benfica, Cagnolati vinse ancora scudetto e mondiale, riuscendo a ripetere il successo per altri quattro anni consecutivi. Poi, si prese un anno di pausa, approfittandone per portare a termine gli studi, che fino allora aveva colpevolmente trascurato, riprendendosi la maglia iridata l’anno successivo.
Una carriera ed un palmares che parlano da soli:
10 titoli mondiali di Due su strada.
1 titolo mondiale di Due su pista.
24 vittorie alla Milano Sanremo
12 scudetti (Italia3, Portogallo 5, Sapgna, Galles e Azerbaigian)
14 volte capocannoniere
8 volte campione di lega
7 volte vincitore della coppa nazionale
2 coppe DUEfa
7 DUE D’ORO conferito da France DUEball *
1 torneo serale di risiko a Sant’Agata Di Militello.
13 partite complessive di monopoli (più una a monopoli in euro)
* France DUEball è l’importante testata giornalistica sportiva francese che ha istituito il premio per il miglior giocatore di due operante in Europa.

Solo nell’arco dell’ultimo decennio, la fame di vittorie del campionissimo si è un po’ attenuata, anche a causa di nuove passioni da parte dell’uomo, stanco di dovere sottostare alle voglie del giocatore. Anche, in questo caso, la signorilità del vecchio campione si è fatta sentire, con la decisione di ritornare all’ovile con un semplice incarico alla Pro Vercelli.
Un’altra passione di Cagnolati è quella dei necrologi, degli epitaffi tombali e delle singole notizie riguardanti morti e malati terminali.
Non è facile definire in poche righe quello che la carriera del giocatore da sola può fare. Si tratta di un purosangue del due, di un giocatore che con la classe del fantasista, di quel famoso numero dieci, ormai in via di estinzione, è in grado di cambiare in qualsiasi momento, con una sua giocata l’esito di una contesa. È il socio, che ognuno desidererebbe trovare, perché, trovandolo si ha la certezza di avere già vinto tre quarti di partita.
(Ora smetto, perché con la punta del naso mentre scrivo continuo ad urtare il monitor che si spegne in continuazione.)
Le caratteristiche del giocatore sono impossibili da elencare: senso della posizione, dribbling, tiro, mimetismo, fantasia… ci si può sbizzarrire a cercare quale sia il punto di forza di questo campione di razza. Cercando di fare una brevissima analisi del suo lungo periodo di vittorie; possiamo definirlo un attaccante, che con la maturità e la perdita di un po’ di freschezza si è saputo ritagliare un ruolo più adatto alle nuove condizioni fisiche. Prima era dirompente, ora è stravagante. È un centravanti completo che ha saputo trasformarsi prima in mezzala ed ora, al culmine di una brillante carriera in battitore libero. Libero di imperversare su tutto il fronte del gioco e di dare ancora lezioni di gioco e soprattutto di grande classe.

Grandangolo.
Una figura controversa. La classe non è acqua, e Grandangolo l’acqua sa come trattarla e come incanalarla nella giusta direzione. È un’operazione che gli riesce meglio che a chiunque altro, una specie di predisposizione naturale, che avrebbe potuto farne un autentico campione. Purtroppo per lui e per la sua carriera, che però, data la giovane età è però tutt’altro che conclusa, il giocatore si è spesso perduto per strada gettando alle ortiche quanto di buono aveva fatto.
Anche lui è nato dueisticamente parlando nella grande fucina di Peregallo. Frutto del vivaio della società, il giovane bruciò le tappe fino ad approdare in prima squadra già all’età di tre anni. Alcuni intenditori ne intravidero subito le qualità, prevedendo per lui un roseo futuro e raccontarono in giro del giovane prodigio attirando alle sue partite notevoli quantità di osservatori da tutto il mondo. Egli venne selezionato come prima scelta della NDA National Due Association negli Usa dove però rifiutò di trasferirsi per via dell’alimentazione poco curata e dall’eccessivo utilizzo di grassi. L’anno seguente fu dato per certo il suo passaggio ai “galacticos” del Real Madrid, e lui credendoci fino in fondo incominciò a studiare lo spagnolo. Poi arrivò, l’inspiegabile decisione di abbandonare temporaneamente il gioco per ritrovare se stesso, come spiegò lui in conferenza stampa. Una scelta che obbligò le Merengues ad abbandonare la sua pista ed a concentrare su Raul Gonzales, le attenzioni per il nuovo puntero.
Il tentativo di ritrovare il proprio io, Grandangolo, che allora era chiamato ancora “il tromba” lo fece in bicicletta. Macinò centinaia di chilometri pedalando il poverino, prima di rendersi conto che quella non era la sua sola strada.
Intanto, i quotidiani avevano smesso di parlare di lui, se non nei tristi archivi in cui. il suo nome appariva solo nel palmares di qualche classica che aveva vinto in passato. Poi successe l’inevitabile, il presidente nella sua grandezza lo avvicinò e gli parlò e convincendolo che tutto il suo talento non poteva essere gettato alle ortiche, e facilitandone il rientro. La classe era rimasta la stessa, ma il ciclismo e l’abitudine ad affrontare da solo le difficoltà hanno scalfito la sua sicurezza. Il soggetto però è un duro: rientra e ricomincia a giocare con la disinvoltura di sempre. Adesso ha smania di recuperare il suo posto e non trascura nulla per riuscire nel suo intento. Per questo ha imparato a “vedere la partita in un modo diverso” guadagnandosi così il nuovo nome di “Grandangolo.”
Scrivono di lui:
«Quando gioca, si ha come la sensazione che possa conoscere già in anticipo le carte dei suoi vicini. Sa sempre quando è il caso di giocare una determinata carta e non sbaglia praticamente mai quando rischia la giocata su di uno.»
o ancora:
«è incredibile come questo giocatore riesca sempre ad indovinare la carta più giusta da giocare e ad intuire quello che possono giocare i giocatori al suo fianco. È come se invece di giocare con sei carte, ne avesse a disposizione diciotto, a volte anche ventiquattro.»
Limitarsi a parlare della “visone periscopica” del suo gioco è però riduttivo. Sarebbe come dire che Schumacher (quello buono non il coniglio ex Williams ora in Toyota) vince solo perché ha una Ferrari. Ci sono anche le gomme, la strategia ai box, i meccanici, la fortuna, la mancanza di veri avversari… come dite? E va bene, lo ammetto, è anche un po’ bravino il Michelino.
Grandangolo, non è uno Schumacher, neanche un Raikkonen freddo e continuo è più un Montoja capace di grandi giocate e molto, a volte troppo ardimentoso. Famose sono, infatti, le sue chiamate al limite del folle, che però ne evidenziano lo stile e la capacità di rischiare che è alla base del suo modo di giocare.

Il poiana.
È di sicuro lo straniero più interessane del campionato. Abile nel gioco aereo e nel contenimento, il poiana ha la capacità di sapersi adattare ad ogni tipo di partita con camaleontica precisione e disinvoltura. Alla tecnica sopraffina con cui cala le carte, aggiunge un’invidiabile memoria ed altrettanta intelligenza tattica e senso della posizione, che lo rendono immune agli attacchi degli avversari. Il tipo di gioco sparagnino e pragmatico a volte lo rende meno spettacolare di quanto meriterebbe, ma non ne scalfisce la classe cristallina, né ne condiziona i risultati. La sua abilità nel conteggio dei punti è divenuta proverbiale e gli permette di controllare a suo piacimento le partite.
Il poiana è abbastanza famoso per le sue chiamate spesso ardite allorché potente come mezzi si butta nella mischia, travolgendo al passaggio ogni genere di avversario.
Unici nei, in un quadro generale di una figura che è comunque vincente, potrebbero essere due piccoli difetti che con l’esperienza e la buona volontà potranno essere limati ed al fine eliminati, spianandogli la strada ad inimmaginabili successi. Il primo di questi è l’eccessiva loquacità che ne accompagna le giocate e che potrebbe generare confusione nei suoi compagni. Più di una volta, infatti, alcune sue affermazioni hanno condizionato il risultato dell’incontro e gli hanno fruttato il richiamo ufficiale da parte del presidente. L’altra piccola pecca del giocatore è una leggerissima attitudine a cercare con mezzi propri, di aumentare l’entropia dell’atmosfera o al limite di modificare la pressione ambiente con frequenti e rumorose emissioni di aria (chiamiamola così, li mortaci sua). Questo lieve difetto, ha in passato condizionato i giornalisti nel momento di tributargli il voto in pagella rendendoli (almeno loro) un po’ stitici. Su questa piccola mancanza, il giocatore sta però cercando di lavorare, aiutato da allenatore e staff medico. I primi risultati del lavoro specifico, stanno già dando i primi risultati, infatti, da qualche tempo il giocatore nell’atto di emettere il suo gutturale sbuffo di aria, rivolge le terga verso destra, in segno di rispetto verso la figura del presidente.

La poianella:
Si tratta di un giocatore anomalo. Un vero cobra dell’area da rigore. Uno di quelli su cui non spenderesti neppure 1 euro, e che invece regolarmente finisce per sorprenderti e per stendere l’avversario. Il poianella (o la poianella, gli esperti stano ancora valutandone l’etimologia della parola) è l’esempio vivente del giocatore romantico, vecchio stile. Uno di quelli che vuole vincere, ma vuole farlo con il bel gioco e disdegna volentieri i punti ottenuti con fortuna e meno che mai barando.
Il poianella è tuttora considerato l’ultimo galantuomo del due, quello che più di tutti incarna la parte del comandante mediamente fortunato. Esso aspetterà pazientemente il momento in cui le carte gli daranno la possibilità di chiamare e di vincere a mani basse. Egli sa, che il suo turno arriverà e si mette tranquillamente in attesa barcamenandosi fino al momento in cui potrà mettere tutti a tacere e rimettere almeno in parità il proprio bilancio.
La carriera del giocatore costellata di successi, è stata condizionata dai frequenti infortuni che lo costringono troppo spesso a dare forfait. Il giocatore è conscio che a causa degli infortuni e dell’inadeguato allenamento, non ha nelle gambe gli interi novanta minuti e molto spesso questo diventa un handicap per lui. Ciò nonostante, il poianella cerca di ovviare al problema, cercando di concentrare tutto il suo gioco nelle prime mani dell’incontro riservandosi di tirare i remi in barca e di controllare la situazione, allorché il fisico comincia a venire meno e le forze ad abbandonarlo. Egli è un assoluto sostenitore del salutismo e per questo motivo, anche per cercare di prolungare la sua carriera ha deciso di smettere di fumare e di bere, mangia poco e con parsimonia e non disdegna di ricorrere ad integratori farmacologici.
In molti hanno ricercato nell’uso di farmaci il tallone d’Achille del giocatore, insinuando il dubbio del doping. La strana sonnolenza che colpisce il giocatore verso la fine degli incontri, aveva fatto pensare all’abuso di sostanze stupefacenti, più che a stanchezza. Le controanalisi, hanno sempre però smentito questa ipotesi. In realtà, pare che tale appannamento dei riflessi sia dovuto ad uno strano esercizio cui il giocatore si sottopone giornalmente, spostando a braccia un pesante automezzo dalla strada alla rimessa e viceversa.
«Si tratta di un metodo di allenamento che ho appreso dal mio nuovo personal trainer Sal-ah-Madonn e che gli è stato tramandato dai suoi antenati del deserto: i Touareg.» ha affermato l’interessato dopo aver sbandierato per l’ennesima volta il risultato negativo delle analisi ematologiche.
Di indole pacifica e ben educata, il poianella evita accuratamente gli scontri sia verbali sia fisici, mantenendosi sempre ai margini della contesa. Difficilmente si lascia coinvolgere in questo genere di discussioni, anche se l’individuo ha una certa avversione per le giacchette nere e fischietto. Gli arbitri? Chiederete voi. Nienteaffatto! L’astio del poianella è rivolto a tutt’altro genere di giacchette nere: i vigili urbani. Con questa categoria ha creato un rapporto conflittuale, che lo costringe spesso a pagare pesanti sanzioni e squalifiche. Specialmente, quando viene molestato al mattino presto, al momento della prima colazione.

Il rookie.
Mi rendo conto che chiamare ancora Rookie (pivello) una persona di oltre trentacinque anni, dedita a questo sport a livello semiprofessionistico da almeno quattro anni, può sembrare provocatorio o addirittura denigrante. Il due però è questo, e non è semplice cambiarlo. Probabilmente egli rimarrà con questo nomignolo fino a quando qualcuno nuovo riuscirà ad inserirsi nel gruppo e si vedrà investito della nuova carica di pivello. In un ambiente cristallizzato, come quello della briscola a chiamata, infatti, è molto difficile togliersi di dosso i nomignoli che accompagnano buona parte della carriera.
In ogni caso, questo prestante giocatore è entrato nel gruppo come riserva di chi vi scrive e, dopo essere stato ritenuto idoneo non ne è più uscito, ritagliandosi mano a mano un po’ di posto nel tessuto sociale della società. Essendo fratello del grande Grandangolo ne ha ereditato le doti principali, non riuscendo però ad emulare il consanguineo nella visione globale di gioco e nell’applicazione della vista periscopica. Si tratta di un giocatore che può considerarsi all’inizio della carriera e che, ha tutte le carte in regola per riuscire ad ottenere la continuità, che l’illustre parente non ha saputo mantenere.
Già dalle prime uscite si è dimostrato a suo agio specialmente nel gioco di rimessa, nel quale può sfruttare appieno le sue qualità fisico psichiche ed infastidire fior di giocatori. Utilizzando ad arte le qualità del fratello maggiore, potrà di sicuro ambire a prestigiosi traguardi.

Io.
La cosa più complicata quando si scrive, credo sia il fatto di dover scrivere di se stessi: di doversi descrivere, e soprattutto di farlo riguardo il modo di giocare. Immaginiamo Del Piero dopo una partita giocata così, così a dover definire la propria prestazione e di doverlo fare con un foglio ed una penna. Si metterebbe al tavolo con un bel bicchierone dell’acqua del campione, ed in compagnia del suo alato amichetto comincerebbe a scrivere.
“BEH, HO GIOCATO BENISSIMO E…” poi ripensandoci appoggerebbe la penna al tavolo e come rivedendo mentalmente la partita comincerebbe a pensare:
“certo se quella palla invece che calciarla al volo la avessi passata a Pessotto che era più libero di me… se non fossi finito sedici volte in fuorigioco.” Allora, scuotendo la testa subito imitato dall’uccellino, straccerebbe il foglio e ricomincerebbe:
“BEH, HO GIOCATO BENE, AVREI POTUTO ANCHE SEGNARE SE QUEL CAVOLO DI PORTIERE…”
«Mamma?! Si può scrivere quel cavolo di portiere?»
«Mangia!»
ed il confuso Del Piero avrebbe stracciato il foglio e ricominciato da capo ancora una volta.
“BEH, HO GIOCATO QUASI BENE. SOLO LA SFORTUNA CHE SI ACCANISCE CONTRO DI ME…”
quando il piccolo passero scuotendo la testa lo avrebbe convinto a ricominciare ancora dall’inizio.
“HO GIOCATO! E DI QUESTI TEMPI È GIÀ TANTO…”

No! Io non possiedo un uccellino consigliere (a parte quello che… non ho intenzione di scendere in questi particolari) e mia mamma, non avrebbe mai avuto bisogno di ordinarmi di mangiare. Quindi, non se ne parla di mettermi in difficoltà. La descrizione me la invento io. Come gioco e che carriera ho fatto, lo decido io.

Dueisticamente cresciuto nelle giovanili di Peregallo a fianco del Presidente ho contribuito alla conquista di molti trofei e mi ritengo secondo solo al grande maestro, mahatma del Due Cagnolati. Con lui ho condiviso per un paio di anni il DUE d’oro conferito da France DUEball. Sono da considerare con il cassiere, il presidente ed il campionissimo uno dei soci fondatori dell’associazione che ci permette periodicamente di cimentarci in partite di briscola a chiamata. Solamente un virus fetente che ha mandato in tilt l’intero centro meccanografico della DUEfa, mi ha impedito di trionfare lo scorso anno e di aggiungere la coppa di cristallo ad un palmares di tutto rispetto.
Già che ci sono posso aggiungere di avere vinto un paio di campionati mondiali di automobilismo. Di detenere il record dell’autodromo nazionale di Monza, con un tempo invidiabile sul giro di 45,” e di avere eseguito a nuoto la traversata da Livorno all’isola d’Elba.
Da qualche tempo sono sposato con Claudia Schiffer, dopo che ho convissuto per tre anni nella stessa casa con Elle McPerson e Naomi Campbell. Anzi, quest’ultima l’ho presentata io a quel poveraccio di un Briatore. A proposito della venere nera, a causa sua e del suo carattere di merda, ho dovuto fare a botte con un suo amico che le aveva fatto una scenata di gelosia. Sono stato costretto a dargli un paio di pugni ed a redimerlo a più docili consigli, anche se in fondo quel Mike Tyson non aveva tutti i torti.
Ecco, mi sono presentato: questo sono io. (Anche se sembro Ivan.)


Sandrolone:
Genio e sregolatezza! Giocate sopraffini e cazzate colossali compiute sempre con lo stesso stato d’animo. Questa è la definizione più adatta al giocatore in oggetto. Un uomo che, alla sua professione non ha mai voluto sacrificare niente, meno che mai il “peloso” unico vero interesse della sua vita.
Figlio di una generazione irruente (ed un po’ stronza), che non ha saputo resistere alla tentazione di lasciarsi travolgere dal fenomeno “droga,” Sandrolone ha saputo opporsi soprattutto grazie al suo unico ed inconfessabile Dio: la figa.
Mentre i suoi coetanei si riunivano per “farsi una storia” o per una colletta da dedicare a qualche grammo di fumo o di altre cose con non mi va neppure di nominare, il nostro futuro campione con il suo amuleto ben stampato in mente, riusciva facilmente a respingere ogni tentazione. Crescendo, intuì quanto doveva a quella cosa che lo aveva sempre protetto e le giurò eterno amore.
Sandrolone, quando ancora si chiamava Sandrino (una quarantina di chilogrammi fa) esordì nelle partite con dei pregevoli risultati e le prospettive di una brillante carriera. Egli giocava al fianco del più celebre Cagnolati, che seguì con molta gioia al Benfica (ma va?!)
Seguendo le orme del leggendario compagno di squadra, il nostro eroe avrebbe avuto spianata la via del successo se non avesse seguito il richiamo della sua religione. Così, tra un’assenza e l’altra Sandrino si presentava sorridente e sfinito agli allenamenti ed il suo rendimento in partita ne era negativamente condizionato.
Di indole decisamente fortunata però, il giocatore fu raramente messo in discussione, visto che alla squadra bastava l’illuminata classe del compagno a coprire il suo scarso rendimento.
In questo periodo sono da menzionare gli “allenamenti particolari” tipici dell’adolescenza. Il problema è semmai che tali allenamenti erano più rivolti alla religione-hobby che alla professione di giocatore. Vanno citati, infatti,:“l’indifferente maneggio dell’attrezzo” una volta che il padre entrando per sbaglio in camera sua lo aveva sorpreso a fars… ad allenarsi. Oppure la storia di strane macchioline bianche sulle lenzuola del suo letto, mostrategli in maniera interrogativa dalla mamma, prima di fare il bucato. Lo strano, era semmai, che dopo il lavaggio, le lenzuola erano tornate al colore originale: il bianco.
Finita anzitempo l’avventura portoghese con il Benfica, Sandrone che ormai era diventato più robusto, si allontanò per un po’ dal gioco ripresentandosi solo saltuariamente. Il successo, un po’ di soldi e… beh quell’altra cosa ce l’ha avuta sempre in testa, hanno trasformato la grande promessa del Due mondiale in un semplice e geniale giocatore amatoriale.
Egli ora si presenta solo sporadicamente alle partite, mancando di continuità e di risultati, magari sfoggiando look sempre più strani. Capelli color platino, capelli neri e lenti a contatto verdi ramarro… tutto quello che serve per confermare l’eccentricità del suo carattere e per aiutarlo a cuccare.
L’uso di integratori farmacologici, primo fra tutti il Viagra, del quale è diventato testimonial mondiale, hanno ancora una volta modificato il nome del campione, trasformandolo in Sandrolone (dal nandrolone di cui non si vergogna di avere fatto troppo spesso uso.)

King:
Non si tratta del famoso Stephen, anche se la sua fama è almeno paragonabile a quella del grande scrittore. Si tratta invece di un predestinato. Un giocatore con la G… ma che scrivo G… almeno con la GI maiuscola.
Le prime notizie sul suo conto, si perdono nella notte dei tempi. Voci ben accreditate giurano che sia stato tra i primi a sfruttare lo strapotere fisico di Centaurus, giocando a ripetizione il suo nome negli antichi botteghini della Snai. King, certo delle qualità velocistiche del campione si era dato da fare per cercare di dirottarlo negli ippodromi anziché nei campi di gara. Purtroppo, scontrandosi con poteri molto più forti di lui (Cerberus su tutti) dovette desistere.
Furono anni duri quelli, per il nostro campione, costretto a puntare su Centaurus che giocava nella squadra rivale a quella per la quale tifava. Il conflitto tra gli interessi economici e quelli del cuore, finì per fiaccare la resistenza di King che si vide costretto a dirottare le sue attenzioni verso altri interessi. Del periodo seguente ci sono solo brevi tracce, sempre legate a successi sfiorati per il classico pelo di… beh, non vorrete farmelo scrivere ancora una volta. Tanto lo avete capito che pelo è.
Adattabile ad ogni tipo di competizione King è di sicuro l’archetipo di ogni tipo di giocatore mai apparso sulla faccia della terra. Piuttosto discontinuo, King ha diviso la sua passione tra il biliardo e le carte, preferendo però quei giochi con 108 carte a quelli con le canoniche 40. Si è distinto in queste due discipline vincendo a ripetizione tornei e gare diventando un grande promotore dell’ingresso delle stesse nel panorama olimpico. Dopo essersi battuto per ottenere l’entrata del ramino tra le competizioni olimpiche ed avere insistito per poter inserire il biliardo anche in quelle invernali, il nostro campione vide la fortuna voltargli le spalle. King scoprì, infatti, di essere afflitto dalla famosa sindrome di “Bergkamp.” Impossibilitato a causa di quella bizzarra malattia a spostarsi in aereo per raggiungere il luogo in cui si tengono le gare, ha visto ridimensionarsi in un solo istante la sua carriera e le sue aspettative di vittoria. La sua fama in ogni caso non è calata, nonostante sia stato costretto a disertare le gare più importanti. Questo perché grazie al suo forte carattere ed alla sua profonda autostima, King è stato in grado di sopperire alle avversità che la fortuna, sua nemica acerrima, si è ostinata a mettergli contro.
Così, nonostante una tris da 4 milioni di lire sfumata perché il terzo cavallo della sua puntata è stato battuto al fotofinish da un altro con la lingua più lunga. Oppure perché il Poggibonsi dato sconfitto nel derby con il Monteriggioni, è andato a pareggiare al 111° minuto del tempo regolamentare su autorete del guardalinee di sinistra, non gli ha permesso di completare l’elenco delle venti partite azzeccate: quello che lo avrebbe autorizzato a ritirare al botteghino gli 11milioni spettanti per la scommessa. King, però è sempre rimasto in piedi guadando in faccia la sfiga, sua acerrima avversaria con la solita fierezza.
«Tanto, la prossima volta vincerò io!»
Sono piuttosto famose alcune delle sue gare in territorio elvetico, specialmente quelle disputate a Lugano. La ridente cittadina sull’omonimo lago, raggiungibile anche via terra è, infatti, diventata la seconda patria del nostro eroe, dove può vantare enormi schiere di tifose pronte a tutto per lui.
In queste partite, cui ha potuto partecipare senza problemi, nelle quali la fortuna non ha potuto metterci il becco, King ha potuto dimostrare tutto il suo vero valore.
Dopo avere dato a destra e a manca, lezioni di scopa d’asse ed avere maturato la sicurezza interiore di non avere più nulla da imparare in quel gioco, King ha voluto cimentarsi nella nobile arte del 2.
Il suo arrivo in squadra non ha potuto passare inosservato. Un giocatore con quella fama e quel curriculum vitæ non avrebbe potuto inserirsi nella squadra senza attirare l’attenzione dei media. Il suo rapporto di amicizia con il Campione, ha agevolato qualora ce ne fosse stato bisogno, il suo inserimento.
Il suo stile di gioco innovativo rispecchia completamente il carattere. Come nella vita, anche nel gioco King tende a sfidare apertamente la sorte, senza temere di andare incontro alla sconfitta.
«Preferisco chiamare il due avendo solo donna e re, perché così ho più possibilità di beccare qualche briscola alta.» E’ una delle sue massime più in uso. Una filosofia di gioco, che per ora non ha portato ai grandi risultati sperati e che lo ha sottoposto a qualche critica di troppo.
«Ho chiamato anche senza carte perché non posso rimanere un’altra mano a guardare senza briscole.» E’ un’altra perla del suo modus vivendi.
«Non mi preoccupano i risultati per ora. Sono il migliore di tutti, e questo credo si sia visto. Il gioco c’è ed è come una formula matematica: prima o poi mi renderà giustizia.» E’ la risposta che King non disdegna di dare a chiunque provi a mettere in dubbio le sue capacità.
La spregiudicatezza delle sue chiamate unita alla bizzarra interpretazione delle partite, oltre che al suo modulo tipico: 1-1-9, lo hanno portato alla conquista dell’ambito cucchiaio di legno. per nulla scoraggiato dal risultato, King impugnando il trofeo come se fosse uno scettro, ha assicurato.
«Entro dicembre, il migliore sarò ancora io.»

Sentenza:
Si tratta di sicuro di un tipo di giocatore anomalo. Uno di quelli sempre in grado di stupire: sia nel bene, sia nel male.
Arrivato alle luci della ribalta di questo gioco in età crepuscolare, quando ormai nessuno avrebbe scommesso su di lui, Sentenza ha avuto il merito di sapersi adattare. Conscio di quei limiti che non gli avrebbero permesso di lottare ad armi pari contro avversari più giovani, ha saputo con l’esperienza e l’inaspettata agilità sopperire ai limiti fisici. Così, pur iniziando l’attività agonistica, quando invece avrebbe dovuto essere in età pensionabile, è stato in grado di ritagliarsi un posto importante nella squadra. Nel suo gioco, non disdegna di ricorrere alla sacra ed importante del briscolino di rinterzo (o stopacü che dir si voglia). Il suo aspetto mite, non deve trarre in inganno, infatti, lui non si preoccupa di disdegnarne l’abuso. Fastidioso come un foruncolo sul sedere di un ciclista che rischierà di farsi tutta la Tirreno – Adriatico in piedi sui pedali, perché impossibilitato ad appoggiare le chiappe alla sella, Sentenza non mancherà di mettervi il briscolino davanti.
Per partito preso, egli è completamente contrario alla sporca non perdendo ogni volta che gli è possibile l’occasione di prendere le distanze da chi la utilizza. Dotato di memoria elefantesca, memorizza quando viene fregato da questa mossa così contraria alla sua filosofia di vita, e difficilmente ricasca nell’errore.
«Avrò anche perso la partita, ma io il carico a quell’imbroglione non gliel’ho dato.»
«Ma guarda che questa volta lui era con te!»
«Sì! Ma tre anni fa a Natale lui mi ha fregato in questo modo…»
Sentenza deve il suo nome alla straordinaria capacità di avere al momento giusto, la briscola giusta:
Se avete chiamato e vi manca la donna di picche per essere sicuri di vincere… lui ce l’ha! Se c’è una sola carta che può cambiare le sorti della partita e lui è l’ultimo a giocare… state tranquilli, puntuale come una Sentenza, quando sarà il suo turno calerà la maledetta carta che vi farà perdere.

CAPITOLO SEI

Le fasi del gioco:

Il gioco del due ha differenti momenti e si può dividere principalmente in due (ma va?) fasi:
- la chiamata (o contrattazione).
- La partita.

La chiamata:
La chiamata è la fase iniziale della partita, ed avviene subito dopo la distribuzione delle carte. Dopo la solita trita e ritrita sequenza di lamentele per le carte ricevute si parte con la richiesta delle stesse. È durante questa fase concitata (non sempre) che ha libero sfogo una strana forma di regressione infantile. Nelle colonne sottostanti riporto una chiamata standard, ed a fianco degli esempi di come sia eseguita quella al nostro tavolo.

Negli ultimi tempi, ha preso sempre più spazio l’uso di chiamare Donusell al posto della donna. La parola Donusell, analizzata dai nostri esperti è stata equiparata a Don Usell: il nome di un fantomatico sacerdote di una chiesetta di periferia. L’elaborazione di questa nuova figura ha portato la fervida fantasia di alcuni giocatori ad immaginare il rientro del prete dopo una breve assenza dal paesino. L’intonazione dei fedeli: «bentornato Don Usell!!!» accompagna regolarmente questa chiamata.
Una volta definita finalmente dopo aspra contesa, la carta dovrà essere scelto il seme, e qui la regressione continua.

Picche.
“Bastoni!” afferma sicuro di se il comandante.
“Che cosa è bastoni.” Si sente in dovere di chiedere uno dei contendenti.
Oh, saranno almeno dieci anni che la stessa scena si ripete, ed ogni volta si ha l’impressione che sia vera.
Un altro modo di definire picche, è Gegè; con chiara allusione alle dimensioni ciclopiche dell’attrezzo di cui era (ed è ancora) fornito tale Gegè, al secolo Ivan che è stato uno dei frequentatori dei tavoli del due. Normalmente, all’atto della definizione viene unito il braccio levato, non per un improbabile rigurgito del saluto alla romana di fascistica memoria, quanto per rendere più esplicita la prominenza spiegata poco fa.
Deve anche essere ricordato che per una breve parentesi (per fortuna) il due di picche fu definito: “la merda secca.” (boh!)

Quadri.
Alla dichiarazione quadri, segue immancabilmente la frase:
Nel bosco ci sono…
I ladri! Ma non solo, farabutti, stupratori, figli di puttana, rapinatori eccetera. Insomma tutto quello che potrebbe dare pensare ad un boschetto decisamente mal frequentato.

Cuori.
Si indica di solito battendosi il petto in prossimità dell’organo che da il nome al seme.
È stato provato con scarso successo di copiare per cuori quello che succede con picche, ma “coppe” ha riscosso molto meno successo.

Fiori.
Viene dichiarato mimando il gesto di cogliere un incolpevole fiorellino dal centro del tavolo.


La partita:
Rrullino i tamburi! Dopo tanto parlare, finalmente è giunto il momento di calare le carte. Una partita, dopo avere definito i ruoli (nel cap precedente) si compone di tante giocate. Eccole:

Lo strozzo.
Si tratta del fiore all’occhiello dell’intero gioco. Basti guardare l’aria di consumata soddisfazione e superiorità con cui, un giocatore esibisce la sua carta, normalmente un carico, con cui riesce a fare sua la mano. Normalmente i punti di strozzo, sono come un calcio nelle palle del comandante che vede così, gli avversari riuscire a mettere insieme un bel gruzzoletto, senza spendere la minima briscola. L’unica cosa che gli resta è sperare che sia stato proprio il suo socio, il giocatore cui è riuscita l’impresa. Solo ai fortunati, però va in questo modo. Di solito, succede che il compagno non ha voluto buttare la briscola per non farsi beccare, o peggio che mai, aveva già giocato prima del comandante.
Lo strozzo da parte di chi chiama invece, è quasi metà vittoria ed aiuta ad abbattere il morale degli avversari.
Questa giocata poi, diviene fondamentale in ultima mano qualora ci sia stata bagarre durante la partita e si siano consumate tutte le nove briscole a disposizione. La fortuna e la presenza di un carico del seme giusto segna la differenza tra vittoria e sconfitta.

Ul caric bergamasc.
Spesso sono snobbate, considerate poco importanti, ma anche le figure hanno un loro scopo nell’economia del gioco. Si deve sempre considerare che sui 120 punti a disposizione, 84 sono da attribuirsi ai carichi, ma ben 36 (il 30%) sono quelli che sono disponibili tramite le figure. Fante, Donna e Re contribuiscono (anche quando non di briscola) a rimpinguare il bottino di una partita.
Nelle partite tirate, quando si riesce ad impattare il numero dei carichi e la vittoria si decide per qualche misero punto, l’importanza di un re invece di una donna, diviene quindi rilevante.
Per questo motivo l’accumulo di figure, specialmente in prima mano, e che prende il nome di carico bergamasco, diviene importante. Esso viene creato, specie nelle mani in cui chi chiama è ultimo a giocare, dalla generosità spicciola degli avversari che tentano di “pasturare” il comandante in modo da farlo abboccare ed andare in presa. Ovviamente, il comandante contando i punti dell’obolo saprà valutare i pro (punti del carico bergamasco) ed i contro (partire per primo la mano seguente) e decidere il da farsi.
Un carico bergamasco si ottiene quando la somma dei punti delle figure sul tavolo raggiunge almeno dieci punti. Ma anche bottini di otto, nove punti pur non ottenendo il diritto di poter usufruire di questo appellativo, non sono certo da sottovalutare.


Ul “stopacü
Risalente all’epoca d’oro dell’impero romano, questa giocata, la cui paternità viene accreditata nientemeno che a Seneca, consiste nel calare il briscolino di rinterzo, più comunemente chiamato “Stopacü.” Essa è di sicuro una delle giocate che ancora oggi caratterizzano l’intero gioco del due.
Di facile intuizione, lo stopacü rientra quasi in ogni partita e molto spesso può rivelarsi un’arma micidialmente vincente.
Fastidioso come un grosso dito bitorzoluto, sporco di sabbia, infilato su per l’ano con perfida lentezza e senza preventiva lubrificazione, questo semplice trucco è atto a mettere in difficoltà il comandante. Il suo scopo è quello di mettere fin dall’inizio chi chiama di fronte al dilemma:
“prendo o rischio di fargli fare qualche carico?”

insinuando nella sua testa fin da subito la paura di perdere punti importanti per il conseguimento della vittoria.
Un perfetto Stopacü si ottiene giocando una briscola di piccola fattura, di solito un due, un quattro o un cinque, quando il comandante è ultimo a giocare rovinandogli l’eventuale strozzo e di conseguenza anche l’umore. Perfetta è la manovra quando prima di calare la briscola con un gesto più o meno spettacolare, sul tavolo ci sono una decina di punti. La briscola di rinterzo può essere giocata anche in altre occasioni, magari quando il comandante è penultimo a giocare; ed in questo caso, diventa ancora più difficile da gestire. Il comandante sa che nel caso la lasciasse passare, il giocatore subito dopo di lui ne potrebbe approfittare per regalare un carico all’avversario, compromettendo almeno in parte le sue possibilità di vittoria.
L’inusuale nome della giocata, ha delle origini lontane e difficilmente rintracciabili. Una abbastanza autorevole vuole che sia stata coniata proprio dallo stesso Seneca, e che poi, con il tempo la pronuncia sia stata sostituita da una un po’ meno romanesca.


Seneca, l’inventore dello Stopacü.
«… e con questa te stoppo er culo!» o ancora, da questo dialogo tratto da una partita del nostro campione contro il suo sanguinario imperatore:
«Questa mo te ‘ngorfa.»
«Me ingorfa? E che vor dì?»
«Vor dì che è come si te metti un limone verde in der culo. Provati poi a vedè si nun te se stoppa.»
Sorprende poi, il fatto che magari ci si meravigli, se l’irascibile Nerone abbia deciso di fare suicidare il suo fido consigliere, ed in un momento di incazzatura per l’ennesima sconfitta si sia lasciato andare un po’ dando fuoco all’intera città.
Ripreso più avanti da ogni abile giocatore di due, questo accorgimento trova citazioni anche in altri periodi storici.
Celebre è, infatti, l’Ass blocked con il quale il fido Parsifal, si divertiva a mettere in difficoltà il mitico re Artù nella grande Camelot, durante le partite del torneo della Tavola Rotonda.
Il saggio regnante, ogni qualvolta veniva messo in difficoltà da questa giocata, si riservava di chiudersi nel suo studio a ponderare quale fosse la tattica più appropriata prima di calare la carta. Lui avrebbe preteso come da sua abitudine, di poter discutere con i suoi cavalieri, il da farsi. Ma essendone impossibilitato dal ferreo regolamento, si doveva limitare a rinchiudersi nello studio a riflettere per lunghe ore. I soliti bene informati (e sì, la mamma dei pettegoli è come quella dei rompicoglioni: sempre incinta) assicurano che dietro le giocate di Parsifal, null’altro ci fosse che il sapiente consiglio di messer Lancillotto. Il quale, approfittando delle lunghe soste del suo Re si recava a fare visita a lady Ginevra, ingroppandosela di gusto sicuro di non essere scoperto.

Altrettanto famoso è il ﭏﭖהּנּ צּקּקּשּאָאַ inventato dal feroce Saladino in occasione dei campionati mondiali organizzati a Gerusalemme in occasione delle Grandi Crociate.
Dopo essersi qualificato senza fatica vincendo il gruppo asiatico, ed aver eliminato con questa innovativa tattica i Franchi di Zinedine Zidane; Salah al-Din Yusuf ibn Ayyub detto il Saladino (dai, è un po’ come Edson Arantes do Nascimento che è diventato per tutti Pelè) si dovette accontentare di un pareggio con gli inglesi di Riccardo I Cuor di Leone e Davidino Beckham, dai quali è stato poi eliminato solo ai calci di rigore. Il Ringhio Gattuso della valle del Nilo oltre aver ottenuto con merito il diploma di miglior giocatore del torneo, si era ingegnato per cercare di brevettare la sua invenzione. Purtroppo per lui però, il famoso ladro di Bagdad, per ordine di tale Saddam Ussein, gli aveva sottratto il segreto rendendolo di pubblico dominio.
In tempi più recenti, il pluricampione del mondo di briscola a chiamata, Cagnolati Daniele ha voluto dedicare a questa nobile e storica tattica di gioco un capitolo del suo più celebre postulato sul gioco:
“IL DUE COME, QUANDO E PERCHÈ ”

Il fuoriclasse nella stesura del suo dodicesimo testo, ha esaminato le differenze del gioco all’italiana, con quello appreso durante un suo viaggio in Galles dove ha potuto sperimentare sul campo, la differente filosofia di vita che si rispecchia anche sul tavolo verde.
“ricordo che nelle prime partite, ogni qual volta mi capitava di calare lo stopacü, un coro stupito accompagnava la mia giocata ed alla fine della mano, un applauso scrosciante manifestava l’apprezzamento per essa. Credo che tanta ammirazione fosse più che altro dovuta alla novità ed alla fantasia dell’idea. Una innovazione per il gioco fisico e tradizionale, così tipico per gli anglosassoni, alla quale però pubblico ed addetti ai lavori, non potevano esimersi all’esprimere apprezzamento. Alla fine del mio vittorioso torneo, ricordo che fui avvicinato dall’allora presidente della federazione gallese, Mr. Ian Rush che senza giri di parole mi offrì la possibilità di allenare la loro compagine nazionale. Fui onorato della proposta, anche se per motivi di sponsorizzazione (io sono da sempre legato alla Modiano, la federazione gallese alla Dal Negro) dovetti declinare l’invito e rifiutare.
È uno dei ricordi più felici della mia sfolgorante carriera. Mi fece moltissimo piacere vedere la gente riconoscente per i miei insegnamenti, applaudirmi, malgrado avessi eliminato uno alla volta, tutti i beniamini di casa.
Il dieci volte iridato, ha approfondito il tema aggiungendo anche una sua nuova teoria, sul:
“QUANDO LO STOPACÜ DIVENTA UNA SPORCA.”
Ma questa è un’altra storia e verrà analizzata più avanti.

Fas capè ma daghel!
Giocata meno celebre delle precedenti, che implica per essere sostenuta un enorme background, unita ad una buona dose di coraggio. È la giocata classica di un socio, che di fronte alla evidente possibilità di non smascherarsi rende palese la sua posizione allungando un carico al comandante. Si tratta di una semplice giocata che, però può condizionare tutto l’andamento della partita. È anche, ahimè uno dei principali errori in cui chi si accosta per le prime volte a questa nobile arte rischia di commettere. Il FCMD, (abbreviazione della mossa in oggetto,) è anche funzione della personalità del singolo giocatore. Ad esempio ad uno spavaldo, riesce meglio, in quanto, pur di dimostrare la propria appartenenza ad una o all’altra fazione esso non esita a mostrarsi. Di animo più riservato (e normalmente un tantino più bastardello,) il giocatore scaltro invece, ricorre a questa giocata solo in casi di emergenza, sperando che continuando a celarsi, gli capiti l’occasione per fregare tutti. Esiste poi il giocatore ostinato che pur di nascondersi, preferisce tenersi tutti i carichi in mano ed arrivare in fondo alla partita con essi. Questa tipologia di giocatori, condizionata dal carattere troppo timido, è di gran lunga la peggiore, in quanto non riesce a fare capire nulla a nessuno meno che mai al comandante.

Anche in questo caso esistono diverse tipologie di FCMD. Le elenchiamo di seguito:

- FCMD costretta o di convenienza: quando pur non disponendo di buone briscole, si possiedono dei carichi e si ha la possibilità di raddoppiare con uno di questi, la giocata di un avversario, qualora il comandante non abbia ancora giocato.
- FCMD di potenza: quando si ha la possibilità di caricare il comandante, lanciando a lui ed a tutti, un messaggio preciso: “sono forte! Quello che ti manca ce l’ho io.” Essa può per ovvie ragioni essere effettuata sia prima, sia dopo la giocata del comandante ed implica forte sicurezza nei propri mezzi. Va da se, infatti, che di fronte a tale giocata, solitamente eseguita con tracotanza, il comandante abbia ragione di sentirsi al sicuro e che, facendola ci si assume la responsabilità di coprirgli le spalle.
- FCMD da rebambì: quando nonostante la pochezza delle proprie carte, non si resiste alla tentazione di caricare il comandante e di esporsi. In questo caso quando lui, credendovi forte uscirà di carico e vi vedrà calare un piccolo briscolino. Egli avrà l’autorizzazione ad incazzarsi ed a rivolgersi al socio con il vezzeggiativo che da il nome alla giocata.
- FCMD da canèla: quando, nonostante la pochezza delle proprie carte, si gioca l’unico carico a disposizione per obbligare il comandante ad andare in presa. Quando poi nella mano seguente, gli altri faranno una mano ricca e voi calerete la vostra piccolissima briscola o una semplice pelle, vi spetterà di diritto il titolo poco nobiliare che da il nome alla giocata.
- FCMD da sfiga: quando il socio carica sentendosi forte ma è incappato nel comandante che aveva chiamato per abbassare ed è rimasto fregato. In questo caso, potrebbe essere il socio a risollevare le sorti della partita ed eventualmente a muovere qualche rimostranza verso il chiamante.

Non potevano esimersi anche in questo caso alcuni ricorsi storici: i più eclatanti, sono datati intorno al 1940, il perido del secondo conflitto mondiale. Durante il torneo Libico, lo squadrone italiano comandato da Graziani (non l’allenatore del Cervia) alleato al Feldmaresciallo Rommel, detto la volpe del deserto, (da non confondere con la volpe dei Carpazi che sarebbe arrivata al gioco qualche decennio più tardi.) giocò un carico proprio prima del comandante. Invitato a nozze, il tedesco al grido di Heil Hitler, prese con l’asso di briscola. Poi con la violenza di cui era un profondo estimatore giocò un carico subito imitato da Montgomery. Carico anche da parte del generale russo triplicato da quello americano. A questo punto Rommel sicuro della forza dell’alleato emise un mugolio di piacere che gli si spense in gola quando si accorse che Graziani disponeva solo di un sei.
«Kopf von schleppe mir, was Sie bilden?» Esclamò arrabbiatissima la volpe del deserto preparandosi alla disfatta. Il traduttore simultaneo senza alcuna pietà rese partecipe il generale italiano del pensiero del comandante:
«Testa di cazzo, che cosa stai facendo?»
Da dietro intanto, il Negus Menelik con un bianchissimo sorriso, mostrò a tutti il suo tre di picche che gli permise di raccogliere una posta che valeva la bellezza di cinquanta due punti, i quali, sommati allo strozzo da undici della prima mano, significavano la vittoria della partita.
Italia e Germania furono estromesse dalla competizione ed entrambe, videro calare notevolmente le loro posizioni nel ranking annuale della Fifa. Precipitando dopo il processo di Norimberga in posizioni di classifica preoccupanti.
Situazione simile, si era verificata qualche decennio prima, in territorio nord americano, per la precisione in prossimità del fiume Little Big Horn. In quella occasione il Generale George Armstrong Custer, comandante di tante battaglie e per l’occasione semplice socio si era buttato a capofitto nella sua partita forte delle sue briscole. Incurante del fatto che il comandante avesse chiamato molte altre briscole prima di trovare lui, Custer puntò con decisione contro gli avversari. Purtroppo per lui, il comandante non fu in grado di aiutarlo e si ritrovò in mezzo tra i colpi degli Arrapaho, dei Cheyenne e dei Sioux Lakota che lo ridussero come un colabrodo. La stella nascente dell’A.T.L. (American Two League) fu sconfitto in tutti i sensi e lasciò lo scettro di miglior giocatore al suo avversario, tale Sitting Bull.

Last Custer’s shirt. (la storica maglietta del generale Custer alla fine della partita.)


La sporca

Si tratta di una giocata infame, atta a fottere (fregare non rende abbastanza l’idea, gli avversari). Questo gioco, consiste nell’indurre gli avversari a credere di non essere il socio ed a convincerli a mettere dei carichi sulla tua briscolina opportunamente giocata di rinterzo.
Con ogni probabilità, anche questa tattica ha origini antichissime: lo stesso Seneca ne parla in uno dei suoi trattati nel suo “Magicus II,” una raccolta di pensieri sul suo gioco di carte preferito. Citiamo alcuni passi opportunamente tradotti dal latino:
“… e sfruttando la mia solita attitudine a mettere la briscola prima del comandante, si potrebbe riceverne benefici. Il senatore Simplicio, qualora l’imperatore lasciasse passare la mia piccola briscola, mi darebbe un carico da X punti. Io non ho avuto modo di provarla mai, allorché, qualora Nerone avesse sprecato una briscola per mangiare la mia, di sicuro mi avrebbe trasformato in una bistecca per i suoi leoni.”

La sporca ha il pregio di mettere ancora più in difficoltà il comandante. È una variazione spuria dello stopacü, che a differenza della precedente tende a portargli punti, ma comporta il rischio di fare sprecare una briscola. Anche in questo caso esistono diverse versioni della sporca, che ci accingiamo a spiegare:

- Sporca classica: prevede la giocata di una briscolina del socio subito prima del comandante, quando dopo di esso ci sono ancora dei giocatori (almeno due) che attendono il turno.
- Sporca estrema: prevede la giocata di un carico di strozzo, cercando di fregare l’avversario e di farsi dare anche da esso dei punti. È la mossa estrema di un compagno disperato che non ha altre alternative e prova in quel modo a volgere a suo favore la partita.
- Sporca bastarda: prevede che il socio giochi una briscolina davanti al comandante, quando dopo di esso deve giocare solo un concorrente. In questo caso, la sporca prende il nome di bastarda, perché il socio con la sua giocata si accanisce contro il singolo giocatore.
- Sporca bastarda assassina: quando indipendentemente da quanti devono ancora giocare, il socio cala il briscolino, ammiccando verso gli altri giocatori o accompagnando la giocata con frasi false e tendenziose ( … a meti un stopacü) con l’intenzione di condizionare la generosità degli avversari.
- Sporca imbecille di primo grado: quando il socio, pur sapendo che il comandante è ultimo di mazzo, mette la briscola, rovinandogli lo strozzo. (legittimando di conseguenza, il giusto rimprovero da parte di quest’ultimo.)
- Sporca imbecille di secondo grado: quando il socio, con il chiaro intento di tentare la sporca si lascia prendere la mano e cala per errore la carta che è stata chiamata.
- Sporca imbecille di terzo grado: come la precedente, ma giocata subito prima del comandante, ultimo di mazzo.

Una delle occasioni in cui si verificò una delle sporche più celebri, fu in occasione del derby romano che per l’occasione si era giocato invece che all’Olimpico squalificato per tre turni, al teatro Pompeo. L’incontro si era giocato a porte chiuse a causa della monetina che aveva ferito alla testa l’arbitro Frieske ed era stato posticipato alle idi di marzo.
La punta della squadra capitolina, Giulio Cesare stava aspettando di chiudere l’offensiva della SPQR Aquilotti Lazio e poteva contare sull’appoggio che il fido Caio Bruto gli stava fornendo. Il figlio adottivo gli giocò una sporca bastarda di terzo livello che lo obbligò a rimanere primo.
«Tu quoque, Brute, fili mi!» Versione in latino delle parole di Giulio Cesare.
«Anche tu, Bruto, figlio mio!» Traduzione dal latino delle parole di Giulio Cesare.
«A ‘nfamone, Brutto, fijo de ‘na mignotta!» Quello che Cesare aveva pensato all’atto di giocare la carta, che come si aspettava lo avrebbe costretto a perdere.
La storia ci racconta come finì la partita: derby alla Lazio, contestazione dei tifosi, conseguente esonero di Giulio Cesare dalla carica di allenatore e squadra affidata all’allenatore in seconda Cesare Augusto.

Molto più recente ed indecente anche la sporca giocata, da tale Luis Nazario da Lima al secolo Ronaldo nei confronti del principale Dr. Massimo Moratti. Solo la indiscutibile classe del presidente, gli impedì quella volta di esprimere il suo rammarico in maniera colorita per lo sgarbo del suo figlioccio.
«Mi dispiace che sia andata a finire così. Auguro comunque buona fortuna al giocatore ed alla sua nuova squadra.» Si era limitato a dire l’uomo.
«Spero che ti mollino entrambe le ginocchia, testa di cazzo di un brasiliano di merda. Mi auguro che Goicoechea riprenda a giocare e che ti faccia lo stesso servizio che ha riservato a Maradona!» Quello che avrebbe dovuto dire.



Il carico dopo il comandante:

Questa giocata fa parte dei rudimenti tipici del nostro sport. Non saperla praticare, sarebbe l’equivalente di pretendere di giocare nel Milan o nell’Inter e non saper eseguire più di tre palleggi. Essa consiste nella capacità di liberarsi di un carico subito dopo la giocata del comandante ed ha molteplici significati. Il primo tra tutti, è quello di dare un’identità al proprio gioco, ossia affermare, senza dirlo:
“io non sono con quel fetecchione che ha chiamato!”
Spesso, la mancata calata di un carico o di punti, da parte del primo giocatore dopo il comandate, porta a spiacevoli equivoci, come ad esempio la possibilità di essere tacciati per il socio e condizionare in quel modo, l’esito della partita. La giocata per essere efficace di solito, (il solito è d’obbligo, in quanto nel due, ogni partita è a se: unica ed irripetibile) dovrebbe essere giocata non appena il comandante stesso è andato in presa. In quel caso, chi sacrifica i propri punti ha la maggior possibilità di vedere il proprio sforzo, raccolto dai suoi compagni.
Non si tratta di una mossa particolarmente spettacolare, ma di solito viene eseguita in maniera abbastanza corretta da individui con due caratteristiche particolari: la lungimiranza e la fiducia nei compagni.
Lungimiranza, per cercare in quel modo, non solo di fornire punti alla propria causa, ma anche per poter poi raccogliere con le proprie eventuali briscole qualche punto. Una cosa, che non schierandosi apertamente, sarebbe difficilmente possibile in quella posizione di gioco. Fiducia nei compagni, per cercare con i punti gettati allo sbaraglio di fornire un contributo alla causa.
Anche questa giocata ha le sue varianti e le sue insidie:
- carico di seme diverso dalla carta del comandante: è la giocata più classica possibile. Con quella si certifica (salvo rari casi) la propria appartenenza agli oppositori.
- Carico di strozzo: è molto simile alla precedente, ma sottintende la possibilità qualora il socio e nessun altro giochi la briscola di portarsi a casa la posta. In qualche raro caso, e sempre eseguito con il carico da 11 punti (asso) questa mossa è stata tentata dallo stesso socio, quando disperato per la pochezza delle proprie carte, , o da altri motivi contingenti (possesso di molti altri carichi) fa un folle tentativo di imbrogliare tutti.
- Calata di un Re: giocata che si presta a diverse interpretazioni. La più facile è la mancanza di carichi, la seconda come tentativo del socio in difficoltà di limitare i danni.
- Calata della donna: identica alla prima, ma con ancora più sospetto di essere la mossa disperata del socio.
- Calata del fante: identica alle precedenti, ma che puzza come un chilo di gorgonzola andato a male.

La giocata è stata considerata abbastanza volgare dal nostro esperto campione, che nel suo illuminato testo:

“A BRACCETTO CON IL SIGNOR DUE.”
ne ha stroncato l’importanza.

Cagnolati, infatti, ritiene questa tattica (lui non vuole che venga definita così) una logica conseguenza che non fornisce valore aggiunto al gioco del due. Egli sostiene, e ci tiene a ribadirlo che questa fa parte del vecchio modo di interpretare le partite, e non esita a considerarlo un (sono parole sue)
“modo di giocare alla viva il parroco.”
Certo, aspettarsi che un luminare come lui, esperto di tattiche come il “Due Totale all’olandese” e soprattutto della sottile arte del mimetismo del socio, potesse in questi anni sentirsi appagato da questo genere di mosse, sarebbe un eufemismo. Sarebbe credibile come lo sarebbe vedere Mike Tyson presentarsi sul ring in minigonna e ciglia lunghissime cariche di mascara, oppure Elton John, con Jeans, T-shirt bianca con pacchetto di sigarette nascosto sotto la manica corta della maglietta e stuzzicadenti in bocca.
Certo è, che colui che per primo è riuscito a vincere per sei volte consecutive la maglia iridata di campione del mondo, stupendo ogni volta per l’originalità del suo stile di gioco, non lo ha mandato a dire:
“il carico giocato subito dopo il comandante è una delle mosse più antiquate del nostro gioco. Lo lascio ai Trapattoniani. Io sono per un gioco diverso fantasioso, mimetico. Un gioco dove il numero 10, è ancora il giocatore con i piedi più buoni, ed è quello che può fare la differenza in qualsiasi momento della partita.”

L’invito:
Credo che uno dei mali peggiori che affliggono l’umanità, derivi da questa nuova regola aggiunta a quelle canoniche del due. Sono altresì convinto che questa sia la causa principale del buco dell’ozono, dell’inquinamento del fiume Lambro che passa a pochi metri da casa mia e che abbia fatto più danni della fuga radioattiva della centrale atomica di Cernobyl.
Importato parecchi anni addietro da Adamino, che lo aveva appreso durante uno dei suoi tornei alla IBM TWO League, l’invito è piano entrato di diritto nel regolamento del gioco, contribuendo a rendere più complesse le tattiche e lo svolgimento delle partite. Metabolizzare e fare propria questa nuova regola non è stato semplicissimo, anche se ora, dopo anni di tentativi e di relative mazzate sembra abbastanza chiaro a tutti il meccanismo.
Lo scopo principe dell’invito, e quello di dare la possibilità a chi ha delle buone carte, accompagnate però, dal due dello stesse seme, di non vedere sprecato tutto quel ben di Dio di cui dispone. Essendo difficile (specie nelle partite a sei giocatori) vincere chiamandosi in casa, si dà la possibilità a chiunque abbia un po’ di intuito, di coraggio e di tanto, ma tanto culo, di chiamare e di provare la lotteria dell’invito.
La partita che ne consegue, è decisamente anomala, perché se chi chiama è già abbastanza forte di suo e trova il giusto invito, metterebbe gli avversari in condizione di assoluta inferiorità. Essi, rischierebbero, infatti, di trovarsi a giocare contro due comandanti. Mi rendo conto che non mi sto spiegando troppo bene, infatti, non a caso ci sono voluti mesi, per qualcuno anni, prima di fare suo il concetto.
Faccio qualche esempio: Se un giocatore dispone di due, re e tre di coppe e chiama il cinque invito, vuole fare sapere agli avversari che dispone di un due “accompagnato” da buone carte. Uno degli avversari, provando a beccare quest’imboccamento, disponendo di asse e fante dello stesso seme, chiamando si assicurerebbe la vittoria a mani basse.
Non ci avete capito niente? Tant’è!
Pensate invece al secondo giocatore che cercando l’invito con asse e fante di picche, invece di trovare due, re e tre si beccasse il due “pelato.” Avrebbe perso prima ancora di giocare.
Esistono anche per questa regola del due moderno, diversi tipi di invito:
- Invito inarrivabile: quando si dispone di asse, tre e re (anche le prime due bastano di solito per rendere un invito difficile da chiamare.) Bisognerebbe trovare qualcuno che disponga di tutti e tre gli altri due e di almeno un paio di figure relative all’altro seme.
- Invito buono: due, fante e tre (il tre accompagnato da una figura, o tutte e tre le figure)
- invito medio: due, sei, sette ed una figura, possibilmente il re (qualora ci fosse il tre, l’invito diverrebbe buono.)
- Invito facilitato: due, cinque e sei e tre. ( in questo caso chiamando il sette ad invito si darebbero agli avversari molte informazioni in più per la definizione dell’invito.)
- Invito del cazzo: due, sei e sette. Con un invito come questo si va incontro a brutte figure ed alla ira funesta del comandante quando avrete giocato tutte le carte.
- Invito da Canèla: qualunque forma di invito, anche bellissimo, eseguito possedendo un altro due tra le sei carte della mano. Il rischio che il comandante possa chiamare il due “pelato” invece che quello desiderato è troppo alto ed autorizza il comandante, chiunque esso sia, a definirvi con il nome che accompagna questa chiamata.

L’invito, è una deformazione che è stata accettata e che spesso, molto spesso distorce il vero senso del gioco. Ma questo, lo abbiamo già visto in opportuna sede tra le varie regole.