lunedì 27 settembre 2010

i diari di nemesnep 2

la partenza

La partenza.
Si è dormito poco. Il venerdì Santo, che per noi a differenza dei cattolici cade sul calendario non due giorni prima della Pasqua, ma ogni quinto giorno della settimana, è stato onorato anche questa volta. Per molti, certamente più religiosi o quanto meno legati a vecchie tradizioni, il venerdì rappresenta un giorno di magro. Da questo è nato il detto “Venerdì… pesce!» Per noi, di sicuro meno pii e meno profondi, vale il detto «Venerdì carte!»
Per questo motivo si è giocato anche il giorno prima della partenza. Un po’ meno del solito, non lo nego, ma almeno fino alla mezzanotte, si è rimasti alla “ultima spiaggia” a giocare con gli amici e si è timbrata la presenza.
Qualche ora prima ci si era dedicati agli ultimi preparativi: la spesa al gigante, per comprare i generi di prima necessità. Quelli da portare con noi per prevenire qualsiasi disguido. Anche in caso di negozi chiusi o di sciopero dei ristoranti, almeno qualche piatto di pasta e qualche birra, ci sarebbe stata. Abbiamo recuperato la macchina del Cagno dal concessionario che l’ha tagliandata e resa abile arruolata per il viaggio, quindi abbiamo cominciato a mettere le valige nel bagagliaio.
Ernesto che Guevara, quando decise con il fido amico Granado, di affrontare un avventuroso viaggio lungo l’America Latina, aveva soprannominato il suo mezzo di trasporto: “La poderosa.”
Il viaggio, reso celebre dai suoi “diari della motocicletta,” si sarebbe snodato tra Argentina, Cile, Perù e Venezuela per una lunghezza di 13000 Km. La “poderosa” altro non era che una vecchia Norton 500 che, come ci raccontano i diari del Che esalò il suo ultimo respiro prima di arrivare alla meta. Ok, non mi sento il Che, non intendo percorrere 13.000 km, ma lasciatemi almeno chiamare “la poderosa” l’Alfa Romeo che ci accompagnerà in quest’avventura. Speriamo che nel suo spirito d’emulazione, la nostra auto non decida di lasciarci a piedi in terra magiara.

Mi alzo prima che la sveglia faccia il suo dovere. In un attimo sono pronto. Mi metto in tasca gli occhiali da sole: non voglio rischiare di dimenticarmeli. Raccolgo lo zainetto con le ultime cose ed esco sul balcone. Quasi subito, all’inizio della via prende forma la sagoma familiare della poderosa.
Il suo colore argenteo si confonde un po’ con il grigio del cielo. Ma sono le sei ed un quarto ed a quest’ora il cielo è sempre di questo colore… e poi, di cosa lamentarsi se il Cagno è in perfetto orario. Devo essere davvero molto stanco, anche perché non ho dormito quasi nulla, infatti, non ho correlato subito le condizioni meteorologiche non esaltanti con l’inattesa puntualità dell’amico. C’è un detto inglese che definisce la mia condizione “too much bed without sleeping enough.” Ovviamente gli inglesi lo usano quando uno non ha dormito abbastanza, perché ha avuto altro da fare tra le lenzuola. Ma non è proprio il mio caso. Sono rimasto sdraiato, ma non ho dormito e basta.
Il tempo fuori è quello che è, ma il morale è alto. Ci vuole ben altro per scalfire la corazza di buon umore che ci protegge. Mentre viaggiamo verso la nostra destinazione, inizia la sequenza di dischi portati apposta per il viaggio, così i vari Celentano, Dik Dik, Camaleonti & Co. ci accompagnano alternandosi a rallegrare l’abitacolo della poderosa. Arriva anche il turno dei mitici Alunni del Sole con la loro Liù, e con il ritornello rivisitato in: “Liù ma perché non ce la dai più, brutta troia che sei tu.” E chi ci ammazza a noi?!
Qualcuno avanza la necessità di dover fare una sosta breve per andare in bagno, ma Rosino è abbastanza categorico al riguardo:
«Prima passiamo Venezia. Poi potremo fare una sosta.»
Non ha tutti i torti. Tutti ci hanno raccomandato di partire presto, perché al casello di Mestre sicuramente ci aspetterà una coda di almeno due tre chilometri, e noi non vorremmo fare la fine di quegli sventurati cinesi bloccati nel traffico. Il telegiornale ha trasmesso le immagini agghiaccianti di un’autostrada cinese, bloccata da una coda di almeno cento chilometri. Nel servizio auspicavano che ci sarebbero voluti circa un paio di mesi prima di sbloccare la situazione e di permettere agli sfortunati di ritornare a casa. Non abbiamo così tanto tempo a disposizione.
Quando arriviamo all’uscita di San Donà del Piave, viene un primo dubbio che poi guardando tra le destinazioni Jesolo diviene certezza: non un chilometro di coda, abbiamo passato già Venezia e soprattutto niente casello di Mestre. Potenza delle nuove autostrade e del governo (non l’attuale, quello è impegnato a cercare di varare leggi pro premier, ma se risolveranno anche i problemi sulle tangenziali di Milano, credo che potrei votare per loro.
Il pipì stop avviene dopo Trieste. Io ed Eros approfittiamo della sosta per munirci di una cartina dell’Ungheria e per comperare il kit di pronto soccorso che sembrerebbe essere obbligatorio per chi ha intenzione di guidare in terra magiara. Non abbiamo dimenticato, da buoni previdenti, neppure la “vignetta” necessaria per viaggiare in autostrada.
Varchiamo il confine con la Slovenia. Che differenza con gli anni in cui facevo lo stesso per lavoro e per arrivare a Lubiana. Allora c’erano dei doganieri con i modi bruschi e scortesi che ti smontavano l’automobile e che volevano vedere di che colore portavi le mutande prima di farti passare. Ora, capiamo di essere in Slovenia solo perché ad un certo punto della strada compare il cartello dell’UE con tutte le stelline e con la sigla SLO al centro. Beh, sono passati quasi venti anni e questa è la potenza dell’Europa Unita. In compenso noto con dispiacere che mentre allora il carburante costava circa la metà rispetto all’Italia, adesso è addirittura leggermente più caro.
Il grigio del cielo adesso è virato su un più preoccupante plumbeo e qualche goccia… beh, un po’ più di qualche goccia, diciamo qualche miliardo di gocce s’infrange sul parabrezza. Questo però, non intacca la nostra corazza di buon umore. Qualche chilometro dopo Lubiana anzi, quando notiamo che nella corsia opposta c’è una coda spaventosa, riusciamo ad ironizzare sui tempi di percorrenza di quei poveri sfigati, costretti a procedere a passo d’uomo mentre noi camminiamo spediti verso la nostra meta.
La signorina del navigatore, nostra compagna d’avventura, ci raccomanda di proseguire diritti. Sui foglio stampati con l’itinerario estrapolato dalle mappe di google però, c’è scritto di prenderci una pausa. Prendiamo in parola il consiglio e ci fermiamo per mangiare. Ci si ferma in un autogrill sloveno. Uno di quelli con la A maiuscola, uno di quelli dove puoi trovare tutto, persino il pane. Non ci sono pasta e lasagne, ma stoicamente Rosino, incurante del fatto che si possono gustare solo delle specialità teutoniche si butta su una pietanza locale. Le salsicce con i crauti sono mangiabili, non eccezionali di sicuro ma di sicuro commestibili.
Breve pausa nel parcheggio, dove il freddo e l’acqua non ci fanno mancare la loro presenza. Ma a noi che ci frega? Mancano ancora più di cento chilometri a Nemesnep, e poi questa è ancora Slovenia: fredda e triste, non vorrai mica paragonarla con l’Ungheria ed i trentuno gradi di Budapest.
Tutti in macchina si riparte. La signorina del navigatore, evidentemente incazzata perché non è stata invitata a mangiare, ma anche perché nessuno le ha portato nulla dal bar dell’autogrill pensa bene di concedersi una piccola vendetta. Quando giungiamo a Maribor, anziché farci proseguire sull’autostrada “della pioggia” (del sole neanche a parlarne), come la logica avrebbe voluto, pensa bene di farci fare un’escursione per le vie ed i semafori della periferia. Ci fa perdere una ventina di minuti per fare uno strano percorso tra rotonde e semaforo per riprendere poco più avanti la stessa autostrada. In pratica, invece che lasciarci continuare sulla retta via, ci confonde le idee per farci rimettere in carreggiata circa un chilometro dopo.
«Almeno abbiamo visto Maribor!» Commentiamo. È proprio vero, quando l’ottimismo viaggia al tuo fianco anche un cielo nero, può sembrare limpido e sereno.
L’ottimismo, comincia a vacillare qualche tempo dopo. Complice un po’ di stanchezza, un po’ il maltempo che non ci ha regalato un solo raggio di sole in più di settecento chilometri si comincia a ridere di meno. Sappiamo che Nemesnep è un paesino un poco isolato, ma qua, adesso che ci stiamo avvicinando sembra di stare attraversando la Foresta Nera.
Rosino con un'abile mossa gioca la carta Pupo, inserendo nell’autoradio un disco della Rock Star Italiana, ed, infatti, “gelato al cioccolato” e “Firenze Santa Maria Novella risuonano liete nel nostro abitacolo. Lo spirito però non è più lo stesso.
Definire i paesi dell’alta Slovenia tristi non è esatto. Infatti, a tutti gli effetti, questi non sembrano neppure esistere. È come se Dio, dopo una cena avesse deciso di scuotere la tovaglia sulla terra, e le briciole di pane che sono cadute si siano trasformate in case. Una qua, una più in là e l’altra in ordine sparso ancora più lontano. È sabato pomeriggio: dalle nostre parti si fatica a trovare un parcheggio per la macchina… qua al contrario, è senza dubbio più difficile trovare una macchina da parcheggiare. Manca poco a Dubrovnik. No, tranquilli, non ha nulla a che fare con la Dubrovnik sul mare, perla della Croazia famosissima per le sue mura di cinta costruite dalle sapienti mani dei veneziani. Qua siamo in Slovenia ed il paese omonimo è lo stesso segnalato sulla cartina come una cittadina di tutto rispetto. Ne abbiamo parlato e dedotto che Dubrovnik è una valida alternativa a Nemesnep, qualora quest’ultima si dovesse rivelare poco vivace. Ristoranti, negozi e locali notturni lì non mancheranno di certo. Infatti, subito dopo avere oltrepassato il cartello con il nome dell’amena località, incrociamo un paio di auto e si vedono finalmente alcune case ravvicinate tra loro. Di gente però, neppure l’ombra. Proseguendo troviamo una casa rurale sulla sinistra, dove nel giardino riusciamo a scorgere alcune simpatiche pecorelle… di plastica ed un paio di cucce per cani desolatamente vuote. Più avanti nel centro del centro… disabitato troviamo un succedaneo di piazza con tanto di chiesa e tre quattro case dispostele intorno. Credo che il nostro amico Stephen King avrebbe potuto trarre chissà quale ispirazione se fosse stato con noi sulla macchina. Magari avrebbe potuto scrivere un “desperation 2 la vendetta” oppure “il paese degli zombi invisibili.”
Proseguendo nel deserto edificato, sotto l’algida direzione della nostra guida navigatore ci approssimiamo a lasciare la piccola metropoli slovena. Proseguiamo per Kobijle, l’ultimo paese prima di sconfinare in terra magiara. Troviamo ancora qualche casetta isolata e un trattore arrugginito, lasciato a trascorrere la sua meritata pensione, in balia degli agenti atmosferici, ed altre cucce rigorosamente vuote ed abbandonate.



«Oh possiamo dire che non c’è in giro neanche un cane.» Sbotta qualcuno.
Io azzardo una teoria secondo la quale, i cani mancano in quanto morti suicidi. I poveretti afflitti da tristezza e depressione si sono buttati uno alla volta sotto le ruote delle macchine che talvolta hanno la malaugurata idea di addentrarsi in questi luoghi dimenticati da Dio. Metto in stato di allerta, infatti, il nostro autista pregandolo di moltiplicare la sua prudenza ed attenzione nel percorrere queste strade. Non vorrei che fosse rimasto qualche ultimo disperato aspirante suicida canino.
Un cartello con la scritta “CUSTOM Km 1” ci avvisa che il confine e la dogana sono ormai ad un passo. Questa visione rallegra un po’ l’ambiente: primo perché Nemesnep ed in particolare l’Abbazia Country Club sorgono subito dopo il confine e quindi vuole dire che ci siamo. Secondo, dopo un viaggio praticamente solitario, l’idea di poter incontrare qualcuno che ci parla, sia pure un doganiere magiaro non fa completamente schifo. Tanto, se anche volessero controllare documenti e auto, noi sappiamo di essere in regola e di non avere scheletri nel nostro armadio. Siamo puliti come angeli e siamo anche in perfetto orario sulla tabella di marcia, quindi, che controllino pure.

(la linea gialla segna il confine tra Ungheria e Slovenia. Le prime case sulla sinistra della strada son la nostra meta)

Arriviamo alla dogana. Almeno sarebbe meglio scrivere arriviamo dove un tempo c’era una dogana. Adesso ci sono una costruzione fatiscente sulla sinistra, una tettoia arrugginita e dall’aspetto pericolante. Niente guardia di finanza, niente militari, neppure un residuato di quello che fu il glorioso impero austro ungarico… c’è solo un cartello blu con le stelline gialle ad avvertirci che siamo arrivati in Ungheria. Così non vale! È troppo facile così.
Guardo i miei compagni di avventura. Non c’è più nessun sorriso sui loro volti che sembrano abbastanza stanchi e delusi. L’autista in particolare, probabilmente provato dal lungo viaggio, sembra il più depresso del gruppo. Vedendo intorno a se solo alberi e niente più si lascia andare ad una profezia:
«Che posto! Adesso manca solo che si metta a piovere quando dobbiamo scaricare la macchina.»
Ha, infatti, smesso di piovere da quando ci siamo lasciati alle spalle Maribor, e anche se il tempo è ben lungi dall’essere migliorato almeno non dobbiamo usare il tergicristallo da almeno tre quarti d’ora. Della serie basta chiedere per essere esauditi, non appena scorgiamo sulla sinistra il cartello che indica la nostra agognata meta, uno scroscio d'acqua colpisce il parabrezza. Quando arriviamo nel parcheggio del nostro agriturismo, piove a secchiate. Daniele, ferma la Poderosa vicino al deposito delle biciclette, quindi scendiamo e corriamo sotto la sua tettoia per ripararci.


Altro che T-shirt e costumi da bagno. Immediatamente dal baule della macchina saltano fuori maglioni, giubbetti ed ombrelli.
L’Abbazia Country Club, sarà anche ubicata in un posto che definire, scusate la volgarità, nel buco del culo del mondo è un’esagerazione, per difetto, ma in ogni caso conserva molto fascino. C’è una bella piscina, delle sedie a sdraio disposte per catturare il sole, casette in stile molto graziose e tanto, ma proprio tanto verde. Girando intorno al piccolo deposito di bici, scorgo due cose molto importanti: un bagno dove poter finalmente dare libero sfogo ad uno dei più elementari stimoli. Che volete, l’età è ormai quella che è e freddo e pioggia non hanno fatto altro che acuire le mie necessità fisiologiche. Trovo poi, appollaiato su di una pila di lettini da spiaggia messi al riparo dalla pioggia, un bellissimo gatto nero mi sta osservando curioso. Il primo essere vivente non vegetale visto dall’ingresso in Ungheria. Questi si lascia teneramente accarezzare guardandomi con il sorriso sotto i baffi. Mentre lo accarezzo gli parlo e gli confesso che potremmo quasi consideraci parenti, visto che con noi c’è Eros il gran visir di tutti i Gatti. Per tutta risposta il micio si alza in piedi, si stiracchia, solleva la coda rispondendo alle mie effusioni e poi con uno scatto se ne va.
Nella reception del centro un serio impiegato dall’inglese improbabile ci spiega qualcosa, poi finalmente ci consegna le chiavi del nostro appartamento. La casa è bellina ma ovviamente è la più lontana possibile dal parcheggio. Ci si lava per portare bagagli, borse e suppellettili dal baule della poderosa alla nostra nuova dimora. Il gatto nero di poco prima torna a farsi vivo e non perde occasione per attraversarci la strada sul vialetto.
Da quest’istante, in perfetta coincidenza con l’inizio delle nostre brevi ferie, finisce la pace per gli altri clienti dell’agriturismo.
«Dove cazzo lo metto il dentifricio?» Grida uno al compagno ancora impegnato ad affrontare il diluvio sul vialetto, con le borse e le valigie ancora tra le mani.
«Avete visto le mie sigarette?» Ribadisce Daniele con la voce preoccupata di chi teme di averle perdute e di andare incontro ad una crisi di astinenza. Rimanere senza sigarette, nel vuoto più totale potrebbe essergli fatale.
«Le avrai in tasca le tue sigarette!» Gli rispondiamo sperando di avere indovinato.
Movimentando il grigio silenzio della bella località al confine tra Ungheria e Slovenia, ed a pochi chilometri dal bordo di Croazia ed Austria, prendiamo sempre più possesso di quella che per una settimana diverrà la nostra casa. Riempiamo subito tutti gli spazi disponibili con quello che abbiamo portato con noi. Accendiamo il frigorifero e mettiamo in fresco le nostre birre, la bibita che abbiamo comperato ed il latte. Eros poi, si preoccupa di stipare nella dispensa la pasta, i sughi pronti e tutte le altre cose. Degna particolare attenzione a riporre nel pensile della cucina l’olio d’oliva ed i due barattoli con ben segnato “Sale” e “Zucchero:” meglio non correre il rischio di scambiarli.
Ci accorgiamo di non aver pensato a comperare anche acqua da bere. Oddio, di acqua n’è caduta tanta dal cielo, sicuramente anche troppa, specie dopo la prima profezia del Cagno. In ogni caso, averne un paio di bottiglie in fresco non sarebbe male.
Ci vestiamo come meglio possiamo tenendo conto che la temperatura attuale è circa una ventina di gradi meno di quando siamo partiti, e torniamo alla poderosa. Usciamo dal parcheggio ed andiamo ad esplorare Nemesnep.
Nel mio immaginario, avevo pensato a Nemesnep come ad un tranquillo vecchio borgo di confine.
Uno di quelli dove il pavé di porfido o di pietra ha preso il posto dell’asfalto e dove la main street attraversa il centro abitato. Una strada principale con almeno un paio di panetterie, qualche negozietto di articoli alimentari una merceria ed almeno tre quattro bar dove poter sorseggiare una birra e magari mangiare qualcosa in compagnia della gente del posto. Di sicuro, i due panettieri avrebbero fatto di tutto per vincere la concorrenza dell’altro ed offrire agli avventori il pane più buono e croccante di tutta l’Ungheria. Avremmo poi potuto, la sera fare un giretto su questa via, cercando il negozietto più adatto a fare qualche buon acquisto. Mi piaceva pensare, che su questa via fossero ancora appesi i festoni per la festa del patrono avvenuta la settimana precedente, o le bandierine colorate ad avvisare l’imminente fiera con le bancarelle, le caramelle e tutto il resto. Oppure, che fossero lì a ricordare che la domenica seguente, ci sarebbe stata la festa della birra con ettolitri della bionda bevanda pronti solo da bere. Insomma, pensavo ad un’allegra contrada dove passare qualche ora.
È vero che guardando il paese tramite le immagini satellitari di Google heart e dando un’occhiata alle fotografie inserite in internet, tutte queste cose non le si erano viste. Ad essere sincero non avevo visto nulla di quello che mi sarei immaginato di trovare a Nemesnep. Ma tant’è! Io sono un sognatore. Sono uno che vede le cose a modo suo, almeno fino a quando la realtà lo mette con le spalle al muro. Infatti, quando arriviamo a quello che dovrebbe essere il centro del paese, o almeno quello che qualcuno riesce a considerare tale, cade ogni mia illusione. Non c’è il pavé, ma una strettissima striscia di asfalto dove due macchine contemporaneamente faticherebbero a transitare.
Non vedo negozi, nessuna bandierina colorata, solo una stranissima costruzione con una tettoia che ricorda un imbuto capovolto, che ricordo di avere visto tra le immagini su google.


Riconosco proseguendo la casa bianca con un camion militare fermo da qualche decennio probabilmente a fare da rifugio alle galline, il ponte tibetano realizzato con un vecchio tronco appoggiato sulle due sponde del ruscello. Poco altro. Troviamo tre persone intente a parlare tra loro nel “centro.”



Ci spostiamo nella periferia di quel “meedle of no where” e troviamo un edificio bianco già visto tra le foto su internet. Lo stesso che ieri avevamo pensato che potesse essere un ristorante, ma che in mancanza di scritte avrebbe potuto essere tranquillamente un ospizio, un ospedale per mucche o qualsiasi altra cosa. Anche la più impensabile. La foto, aveva la descrizione in magiaro strettissimo così avevamo potuto solo dedurre che avrebbe potuto essere un ristorante, ma che senso ha aprire un locale simile in una landa così desolata? L’istinto da viaggiatore non mi aveva tradito: infatti, girando intorno all’edificio abbiamo scorto la cucina all’aperto ed alcuni tavolini sotto il pergolato. C’era anche una lavagna con scritto il menù tipico del locale. Peccato davvero di non sapere decifrare la lingua ungherese. C’è anche un ampio parcheggio a testimoniare che la persona che ha deciso di aprire quest’attività in paese, sicuramente in fatto di ottimismo, potrebbe dare tre o quattro giri di pista al celeberrimo Gianni della Uni Euro. Sì! Proprio quello “dell’ottimismo è il sale della vita.”


Fuori da quello che ora sappiamo con certezza essere un ristorante, c’è una ragazzina. Probabilmente figlia dell’ottimista padrone del sito, ci da retta. Parla benissimo inglese e questa sarebbe già una rarità, ma la vera chicca è che la giovane è la prima persona cortese che incrociamo. Fino ad ora i pochi ungheresi che abbiamo avvicinato sono stati di uno scortese distacco da sfiorare l’antipatia.
Purtroppo cortese sì, ma non foriera di buone notizie. Ci dice subito che i nostri dubbi su Nemesnep sono più che giustificati: non c’è nessun negozio e se si eccettua il ristorante che abbiamo di fronte, e quello della casa madre all’Abbazia, non c’è altro. Ci indica poi la strada per raggiungere il paese vicino dove si può trovare un minimarket ed un bar.
Seguiamo le sue indicazioni e seguendo la strada asfaltata che sembra una ferita mal rimarginata tra gli alberi ed i boschi per qualche chilometro, prima di arrivare ad un nuovo nugolo di case. Qui scorgiamo subito il minimarket che però data l’ora, è già chiuso. Ci avviciniamo e scopriamo che lo sarà anche per tutto il giorno seguente.
«E come facciamo per le sigarette?» Mormora il Cagno, sul cui volto ricompare la crisi di astinenza imminente.
La tentazione di dirgli “cazzi tuoi!” è grande. Ma l’amicizia riesce a prevalere dove l’istinto animale a volte rischia di avere il sopravvento. Entriamo nel piccolo bar ed incontriamo un’altra giovane donna dietro il banco (gli ungheresi hanno capito tutto, fanno lavorare le donne). La ragazza parla solo magiaro e qualche parola di tedesco, perciò non è facile riuscire a farci capire ed a comprendere quello che cerca di spiegarci. A fatica ordiniamo da bere e riusciamo a farci portare anche qualche bottiglietta d’acqua minerale. Quando sempre con un grande sforzo le chiediamo che cosa c’è nelle vicinanze e se non c’è un posto dove poter comperare generi alimentari, la risposta è sempre Lenti.
«Dove comprare il pane?» risposta «Lenti»
«Dove le sigarette?» risposta «Lenti»
Comprendiamo dopo qualche minuto che Lenti è davvero una località nella zona. Lei tutta contenta per essere stata compresa ci spiega che in quella ridente città di frontiera, si può trovare di tutto; ristoranti, bar, super market, Dancing. Anche questa ragazza che all’inizio è sembrata un po’ sulle sue, dimostra poi di essere meno musona e ben disposta al dialogo. Nonostante la differenza di idioma. Ci fosse stato con noi Sandro, di sicuro non avrebbe esitato a chiederle di venire con noi in città per andare a ballare.
«Non c’è proprio un cazzo in questo posto!» esclama il Cagno, rimettendosi al volante della poderosa e svoltando a destra per seguire le istruzioni della barista. Eros intanto inserisce nel navigatore il nome della nuova località da raggiungere, e immediatamente la signorina del navigatore dall’aria contenta per essere stata riesumata dopo qualche ora ci consiglia di proseguire diritto sulla “noncihocapitouncazzo utca”. Tutte le strade che ci suggerisce per quanto poi risultino corrette sono quasi incomprensibili e seguite da un utca che dovrebbe stare per via.
Incrocio gli occhi nello specchietto con il guidatore e noto che oltre alla stanchezza c’è tanta delusione. Così cerco di infondergli un po’ di coraggio:
«dai che non c’è problema! Il tempo fa schifo, il posto è un po’ isolato…»
«Un po’ isolato?! C’è più compagnia nel Sahara!» m’interrompe lui.
«Lascia stare. Lì fa caldo e si suda troppo. È vero il destino coi sta giocando dei brutti scherzi, ma noi… noi possiamo contrattaccare. Abbiamo una bella carta da giocare Sandrone!»
Non ci giurerei, ma dopo questa mia affermazione mi è sembrato di vedergli i lucciconi agli occhi. Non so per l’emozione di avergli ricordato il fatto che il quarto amico ci raggiungerà, di lì a poco, o se per qualche altro motivo non legato all’emozione.
In ogni caso, pur non apparendo completamente convinto dalla mia affermazione, mette la freccia e svolta a destra come consigliato dalla saccente signorina che lo ha invitato a svoltare sulla “checazzoavràdetto utca.”
Lenti non è certo Milano, non è neppure Monza, né Vimercate. È anzi molto più simile a Peregallo che ad Arcore. Ma vale il detto che in un gruppo di ciechi, un orbo pure se miope, è un re.
Nella nostra casa non manca proprio nulla. C’è la televisione con tutti canali rigorosamente in lingua straniera, un frigorifero digitale (nel senso che ha due posizioni 0 temperatura quasi ambiente e 1 al limite della congelazione). C’è poi una bellissima piastra a due fuochi per cucinare. Due fuochi è davvero una parola grossa. Nel senso che le piastre sono elettriche e prive di ogni spiegazione sui comandi. Se è vero che non ci dovrebbe volere una laurea in astrofisica o in missilistica, per farla funzionare, è pur vero che, per fare bollire l’acqua per la pasta, non ci possono volere una quarantina di minuti. Rosino, sprezzante della sua fama di chef appena scalfita dal suo celeberrimo piatti di spaghetti alla bottarga e zucchero, prende in mano la situazione. La critica si è un po’ accanita su di lui per quell’esperimento non andato completamente a buon segno, ma in ogni maniera i semplici rigatoni alla bolognese preparati si possono tranquillamente ingerire senza rischi collaterali. Ringraziamo la Star per i suoi sughi pronti che ha reso più semplice la realizzazione.
Dopo cena facciamo un breve sopralluogo nell’Abbazia. Non è davvero male adesso che non piove più. Cerco di convincere il Cagno a non essere così negativo, perché il posto che è sembrato bello con la pioggia chissà come dovrà essere alla luce del sole. Vediamo poi che le case che nel pomeriggio erano quasi completamente vuote si sono riempite: c’è il pienone all’Abbazia Country Club.
«Chissà, domani ci converrebbe svegliarci presto o rischiamo di non trovare più una sdraio vicino alla piscina.»
Dopo la mia frase, non capisco perché, lui si è allontanato, ed è rientrato in casa. Rimango da solo e mi avvicino alle scuderie. I cavalli mi hanno sempre affascinato. C’è un cartello con le solite scritte incomprensibili, ma in fondo leggo una cosa che non mi piace. Weight limit 85 kg. Comprendo che il peso massimo consentito per cavalcare gli equini è 85 chili. Faccio un attimo mente locare poi mormoro tra me, scuotendo lentamente la testa in segno di disapprovazione:
«Cazzo sono appena appena fuori.» Quindi niente giretto a cavallo. Vabbè, che sarà mai? Mi avvicino alle stalle e vedo il primo esemplare che sta mangiando la sua razione di fieno con la testa chinata. Non mi degna di uno sguardo, ma muove nervosamente la coda. Il secondo invece è molto più disponibile, anzi azzarda pure un sorriso equino che mette in mostra la sua possente dentatura. Ha le labbra arricciate all’indietro in una smorfia che ricorda quella di un delfino. Lo trovo così simpatico che mi avvicino per accarezzarlo, quando sono a circa un metro da lui un sesto senso mi suggerisce di allontanarmi. L’animale vomita per terra. Evidentemente oltre a medium, mamme, ed a certi play boy, anche gli sfigati possiedono un sesto senso. Non avevo mai visto un cavallo vomitare, anzi qualcuno mi ha anche assicurato che un cavallo non può vomitare, e che lo fa solo se sta morendo. A me sembra in perfetta forma, con gli occhietti da pazzo belli lucidi, ma giuro che a me è successo di vederlo rimettere.


(Vomitino, il cavallo fantasma)

In ogni caso, non mi sembra un gesto di buon auspicio e decido di rincasare anch’io. Prima di rientrare noto che sulla seggiola davanti alla porta d’ingresso, ha preso posto il gatto nero. Ha scelto una casa a caso, per omaggiarla della sua presenza.
Il Cagno ha indosso un bel pigiamo blu che lo rende addirittura elegante, Rosino invece ha indosso un completo nero: canottiera e boxer un po’ stile Freddy Mercury. È un po’ inquietante doversi coricare nel lettone matrimoniale con lui in quel completo, ma ho anche io il mio asso nella manica: un pigiama con stampato sul petto, lo stemma dell’Inter. Per lui questo logo ha lo stesso potere che l’aglio ha per il più incallito dei vampiri.
La notte scorre via tranquilla… per me che ho dormito mentre il mio russare sembra (ne sono certo) ha condizionato non poco il loro sonno.

I diari di nemesnep 1

Presentazione

Confesso di essermi posto più volte la stessa domanda: «Ma chi me lo fa fare.»
Non nego che, di fronte all’evidenza ho pensato più volte di lasciare perdere e di impiegare il mio tempo libero per fare ben altro. Poi, mi sono trovato a canticchiare una canzone vecchia ma di sicuro sempre attuale:
«… se son di umore nero, allora scrivo frugando dentro le nostre miserie. Di solito ho da fare cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo.»
Una strofa che mi ha sempre affascinato e che rispecchia appieno il mio momento storico. È stato un lampo concludere quella canzone:
«… e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che sono solito portare. Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto.»
Per cui…

Nemesnep?! Chi era costui? Se fossi Manzoni ed avessi avuto una mezza intenzione di scrivere i promessi sposi, forse avrei azzardato una frase di questo tipo. Don Abbondio, per scacciare dalla mente le minacce ricevute dal Griso, si arrovellò la mente tenendola occupata a cercare di capire chi potesse essere Carneade. Allora io, potei chiedere lo stesso riguardo Nemesnep. Perché nò?
No, perché non sono Manzoni, anzi, l’unico Manzoni che conosco fa il promoter finanziario: un tipo pratico, non uno che perde tempo con queste cazzate. No, perché la vera domanda da porsi non è chi è Nemesnep. E neppure dove è Nemesnep? La domanda giusta sarebbe perché Nemesnep?
Una storia, racconto o diario di viaggio deve per forza cominciare da lì. Dal perché e dalle sue origini. Quindi cominciamo dall’inizio.
È giugno. Comincia a fare caldo e siamo alle soglie dei campionati mondiali. Quelli del 2010.
È avvilente notare come nonostante passino gli anni, siamo sempre lì ad aspettare che comincino i mondiali per fare una scorpacciata di sport e di partite in Tv. Con buona pace delle nostre mogli che, per una volta come darle torto, dovranno sopportare un mese. Io e il Cagno siamo a casa del Pier a pazzeggiare. Ci capita spesso in questo periodo.
«certo sarebbe bello fare una settimana via solo noi.»
«Sì. Tanto più che io per un motivo o per l’altro non vado in ferie da almeno cinque anni.» Sbotta il Cagno sfoderando lo sguardo malinconico delle grandi occasioni.
«Non ci vai, solo perché non vuoi. Potresti andare anche tu con tua moglie in Calabria…» Gli replico sicuro di conoscere già la risposta. Egli potrebbe rispondermi i mille modi diversi, mail significato sarebbe sempre lo stesso: «Piuttosto che andare lì mi faccio amputare il testicolo sinistro.»
Difatti, l’amico bofonchia qualcosa sempre lamentandosi e fingendosi sconsolato.
«… e poi, lo scorso anno avresti dovuto andare a Budapest. Perché non ci sei andato.» Gli domanda Pier incalzandolo.
«Ma dai, il viaggio, la Chicca e tutto il resto. Poi, non ti ricordi che ti ho offerto la possibilità di andare tu al posto mio?»
«Sì! Ma mi hai chiesto il venerdì se volevo andare in Ungheria il giorno dopo.»
«Beh, saresti stato spesato completamente.»
«Ma dove avrei trovato un amico per andarci insieme?»
La diatriba avrebbe potuto continuare, e forse lo è stato per un altro po’. A lamentarci siamo sempre stati dei campioni. Fingiamo che tutto invece sia finito quando qualcuno, non ricordo che e soprattutto non importa chi sia intervenuto:
«Perché non ci andiamo tutti insieme?»
«Dai, organizziamo per una settimana di agosto.»
Io faccio notare che difficilmente potrò essere della partita. Non ho molte ferie e mia moglie non credo che sia felice di sapere che vado in ferie con amici e che lei non può venire. Pier invece si dice sicuro e indica la strada da seguire. Infatti, quando poco dopo arriva dal lavoro la moglie la incalza immediatamente. Dopo un rapido ciao, le chiede a bruciapelo:
«Stiamo organizzando di fare un giro in Europa. Diciamo una settimana in agosto in una città da definire. Budapest o qualcosa di simile.»
«Va bene.» La laconica risposta della Carla.
Poi tutto tace. Per qualche tempo, tranne qualche breve accenno non si parla più di questo ipotetico viaggio. Io, infatti, non ne parlo neppure a Patrizia. Inutile rischiare qualche discussione per nessun motivo.
Poi, qualche settimana più tardi Eros ed il Cagno tornano alla carica. Mi chiedono se ci starei al piano di una settimana in Ungheria. Nicchio un po’. Da una parte non ho voglia di litigare con mia moglie per questo, ma dall’altra visto anche il periodo neraccio, un momento di relax e di spensieratezza mi ci vorrebbe. Non è stato un grande anno questo, Inter a parte ovviamente.
Annuisco. A casa introduco l’argomento a patrizia che contro ogni previsione (i bookmaker lo davano 1 a 300) non solo non si incazza ma si lascia scappare un imprevisto: «Ma sì!»
Per telefono il Cagno mi annuncia che è stato individuato un miniappartamento a Budapest per due persone oppure c’è un’opzione diversa a Nemesnep, vicino al lago Balaton.
Siamo in tre, ameno che si riesca a convincere un altro a seguirci. Rimandiamo tutto alla domenica seguente quando siamo invitati a pranzo da Eros.
Come se fosse una cosa già fatta, quando arriviamo i due amici mettono la situazione in modo che si debba solo decidere quando partire dando per scontato il fatto che si va. Purtroppo, Budapest è già una possibilità remota, in quanto il miniappartamento è già sparito. Rimane solo l’appartamento di Nemesnep.
«È un po’ lontano da Budapest! Che facciamo lo prenotiamo?»
«Non è lontanissimo dal lago però!»
Ogni dubbio decade quando vediamo le fotografie del sito in cui dovremo alloggiare. Ci sono immagini di casette immerse nel verde, con le scuderie ei cavalli. C’è una piscina invitante, un campo da tennis e una zona balneare con sauna e idromassaggio.
Immagini che ci stregano e ci convincono a prenotare.



(L'Abbazia Country Club come non l'avremmo mai vista.)


«Sicuri?» Chiede Sondra un momento prima di premere il tasto return che ci avrebbe bloccato l’appartamento.
È andata. Ormai il dado è tratto. Rimane da chiedersi come mai le tre mogli abbiano accettato così di buon grado di lasciarci andare in quel luogo così ameno e soprattutto così vicino a Budapest, città di Cicciolina, senza battere ciglio. Ma l’ho già scritto, questo è un anno di merda, perché ostinarsi a rischiare di complicarsi la vita?

lunedì 12 aprile 2010

Bastardo dentro. racconto parte quarta

Bastardo dentro.

parte quarta:

Dopo che Sandy piangendo lo aveva lasciato da solo, ed era scappata, Rod con il suo solito ghigno soddisfatto si è sdraiato sul letto ed ha iniziato a fissare il soffitto. C’è qualcosa di magnetico ad attirare il suo sguardo verso il muro bianco sopra di lui. Qualcosa che gli fa diventare di colpo le palpebre pesantissime, che gli impedisce di muovere anche il più piccolo dei muscoli e che lo paralizza al letto. Una forza misteriosa, gli stringe il cervello e che gli toglie la possibilità di pensare. Sente in lontananza il vociare di due donne che spingendo un carrello sembrano avvicinarsi lentamente. Quelle voci sono familiari. Quelle voci hanno per lui lo stesso effetto di una terribile ninna nanna.
Sì sono loro. Riconosceva il solito rumore del carrello con i flaconi di vetro che tintinnavano nel movimento. Sono rumori che lo incitano a dormire. Gli appesantiscono le palpebre.
«Dai, facciamo il 307 e poi un bel caffè non ce lo toglie nessuno!»
è l’ultima frase che riesce a sentire prima di crollare definitivamente.

«Buongiorno signor Williams!» Esclama Annette Parker entrando nella camera 307 del French Hospital Medical Center. Una delle camere dedicate ai degenti a lungo termine.
«Che cazzo lo saluti a fare! Quel rincoglionito tanto non può sentirti.» Gli risponde la collega avviandosi ad aprire la finestra per cambiare l’aria alla camera da letto.
«Io ci provo sempre. Non mi costa nulla e chissà mai che…»
«Chissà mai che cosa. Questo qua ha la stessa possibilità di risponderti che avrebbe una pianta grassa. Sono ormai più di due anni che se ne sta in questo letto paralizzato ed immobile come una statua di cera.»
«Quando parli n questo modo mi fai un po’ paura. Si direbbe che tu sia favorevole alla… non riesco neppure a pronunciarla quella parola.»
«Eutanasia! Eutanasia! Si dice così! No, non sono particolarmente favorevole, e non sarei così stupida né da ammettere di esserlo, né di metterla in pratica con questo qua.» Esclama Helene indicando Rod che come sempre sembra dormire il più normale dei sonni.
«So che non è giusto neppure pensare ad una cosa come quella, ma dopo che ho parlato con la sua povera moglie, ti assicuro che mi fa più pena lei di questo relitto.»
«È vero! Povera signora Rose. Sono oltre due anni che tutti i giorni viene a trovarlo e non ha mai avuto la soddisfazione di vedere il minimo miglioramento.» Conferma Annette provvedendo come ogni mattina a sostituire il falcone con la flebo,
«Ormai è ridotto ad uno scheletro. È quasi impossibile infilargli l’ago.»
«Non è per questo che mi fa pena la signora Rose. Quella povera donna mi ha raccontato che vita d’inferno le faceva passare quest’uomo quando era vivo. La tradiva, la picchiava; era un vero bastardo. Le ha reso la vita impossibile quando era sano, e adesso ostinandosi a continuare a vivere lo sta facendo anche dal coma.»
Annette intenta a regolare il flusso del liquido, non ha voluto commentare, lasciandole così la possibilità di continuare,
«…ed a quello che mi ha raccontato quella povera donna, questo stronzo era bastardo così, sia nella vita di coppia, sia sul lavoro.»
«Sì, lo so. Lavorava come dirigente alla General Electric. Nello stesso ufficio di Sandy, mia sorella. Mi ha raccontato che era una specie di squalo, sempre pronto a fregare i colleghi ed a farsi bello, con i capi e di mettere in cattiva luce tutti gli altri. Era diventato un vero pezzo grosso: trattava tutti dall’alto al basso e sembrava divertirsi a farlo. Poi, quell’Ictus lo ha ridotto così.»
«Ben gli sta!» Sentenzia Helene non riuscendo a trattenersi.
«Helene!» La riprende l’altra. «Sei pazza? Se il Dottor Collymoore ti sentisse parlare così, ti licenzierebbero subito.»
«Qui potete udirmi solo tu e questa larva umana: e non credo che né tu né lui farete la spia. Che rischio vuoi che posso correre.»
«Sei proprio incorreggibile!» Conclude sorridendo Annette richiudendo la finestra e tirando la tendina.
«Arrivederci Signor Williams.»

La porta si chiude e Rod rimane solo nella stanza dove aveva trascorso gli ultimi ventisette mesi senza mai potersi muovere da quel letto. Quando si era accasciato sulla sua scrivania, era stata Sandy a trovarlo la mattina seguente, ancora vivo, ma costretto da quel momento ad una vita da vegetale. La ragazza lo odiava, ma non aveva esitato a correre a chiamare aiuto per lui.

Il rumore di un selettore del telefono, rompe il silenzio che si è creato nella camera 307 dopo che le due donne lo avevano lasciato da solo.
«Buon giorno signor Collymoore.»
«Mi chiamo Rod Williams.»
«Esatto! Quello che è ricoverato al numero 307. Proprio io.»
«Vorrei denunciare l’operato di una delle vostre infermiere…»
«Pensavo che lei essendo il primario di questo ospedale, potesse essere la persona più giusta per risolvere il mio problema.»
«Si tratta della signora Helene Brown. Si comporta in modo abbastanza strano nei miei confronti…»

Sul viso magro emaciato di Rod, bloccato da più di due anni, lentamente i muscoli si contraggono in modo da formare un largo perfido sorriso.

Bastardo dentro. racconto parte terza

Bastardo dentro.

terza parte:

«John! Adesso devo chiamare mia moglie. Se vuoi puoi stare ad ascoltare, così magari stanotte ti verrà qualche fantasia quando…»
«Vai tu vaffanculo! E stai attento a come rispondi.»
«Ciao Rose! Mi dispiace c’è un contrordine. Quel rompipalle di Bob mi ha incastrato ancora.»
«Sì, mi rendo conto che è la quarta sera di seguito che rientro tardi. Non credere che mi stia divertendo a farlo.»
«La colpa è di questi quattro incapaci che lavorano con me. Specialmente certi disegnatori meccanici che… beh lasciamo perdere che è meglio.»
Alza il dito indice mostrandolo al collega che ormai alla fine della giornata di lavoro, ha appoggiato la matita sul tecnigrafo ed ha spento la lampada. John non ci fa caso, si limita a raccogliere il giubbotto dirigendosi senza salutare verso la porta.
«Lo so che ci tenevi alla nostra serata romantica…»
«No, non è detto che sia cancellata. Considerala solo rimandata…
«Perché no?! Potremmo fare domani. Tanto credo che questa sera, dopo aver finito questo lavoraccio, avrò l’occasione per parlare con il boss e per mettere in chiaro alcune cosette con lui.»
«E come vuoi che faccia a saperlo. Prima voleva che mi occupassi del progetto Balkmann, poi mi ha chiesto di seguire quello dei Donovan. Adesso vuole che insieme, questa sera prepariamo una relazione per un altro lavoro…»
«Guarda, potremmo finire alle nove se tutto va bene. O magari, ed è più facile che si tiri fino a mezzanotte. Lo sai che quello è un pignolo della malora e che se tutto non è più che a posto, non riesce ad essere tranquillo.»
«No cara, di questo non devi preoccuparti. Credo che ci faremo portare qualcosa da mangiare da fuori. Almeno di questo, lascia che sia Bob ad occuparsi.»
«D’accordo! Ci vediamo quando ritorno.»

Rod si alza dalla scrivania e si avvicina a quella di Sandy che si è appena alzata e sta cercando nella borsetta, le chiavi della cassettiera.
«Tutto a posto. Dove ti passo a prendere?»
«È la seconda a destra dopo la stazione, vero?»
«Ah. La terza a destra. Beh, in ogni caso la zona è quella. Non dovrebbe essere difficile trovarti.»
«No. Non preoccuparti per me. Fatti solo trovare pronta.»
«Ti dico che non è un problema il fatto di passare a prenderti in macchina in pieno centro. L’importante è solo che non mi farai stare per mezz’ora in strada ad aspettare che scendi.»
«Va bene allora. Ci si vede più tardi sotto casa tua.»
«No non posso. Devo rimanere ancora un po’ così magari avrò il tempo di dare un’occhiata all’affare Donovan.»
«Non temere. Gli darò una guardatina veloce tanto per capire quello che si deve fare.»

Ritornato alla propria scrivania, Rod ha preso dal cassetto chiuso a chiave un floppy disk. Si guarda intorno con circospezione e lo infila nel proprio computer. Sul monitor compare una relazione relativa ad uno studio preliminare sul progetto richiesto dalla Donovan. In alto sulle pagine del documento elettronico c’è scritto a grossi caratteri la parola “CONFIDENTIAL,” ma Rod non sembra essere dell’idea di farci particolarmente caso. Si tratta dell’offerta fatta da Federal Electriconics per lo stesso appalto che la GEO sta cercando da tempo di ottenere.
“una gran cosa avere un amico come George. È un vero mago nel suo mestiere.”
Era bastato chiedergli di informarsi sulle intenzioni della principale ed unica concorrente della sua ditta, per fare in modo che questo si mettesse in moto e che nel giro di un paio di settimane gli consegnasse un il rapporto dettagliato, addirittura fotocopiato, dell’offerta che la ditta avrebbe presentato alla Donovan. Un amico importante, visto che non aveva dovuto pagare granché per aver quella informazione che invece, poteva valere qualche milione di dollari. Certo, aveva in ogni maniera potuto sdebitarsi con George assicurando che gli avrebbe trovato entro breve un lavoro di tutto riposo.
“Mi è bastato convincere quel fesso di Herbert ad assoldarlo per indagare sulla moglie. Organizzare quella messa in scena di Maria con quel giovanotto, e ho pigliato due piccioni con una fava.”
Mettendo il biglietto da visita dell’ufficio investigazioni nelle mani di Herbert, aveva messo in moto un meccanismo contorto. Facendo in modo che questi, affidasse a George l’incarico di pedinare e spiare i movimenti della moglie, lui aveva potuto continuare a scoparsela impunemente senza il rischio di essere sorpreso. Con i soldi che Herbert, avrebbe versato all’investigatore privato, e non si trattava certo di bruscolini, avrebbe saldato il suo debito. Il tutto, messo sul conto spese di Herbert.
“cornuto e mazziato. Soprattutto cornuto.”

«Ci vediamo domani. Sandy le ha lasciato i miei appunti riguardati l’affare Balkmann?»
«Grazie! Però, non ci voleva certo un cervellone per arrivarci. Sarebbe bastato solo rifletterci un momento.»
«No, la ringrazio. Stasera purtroppo ho un mezzo casino…»
«Sì, va bene. Possiamo fare un’altra volta.»
«Gli ho dato solo una rapida occhiata. Credo, di poterle preparare una relazione sull’offerta che dovremo presentare, non più tardi di domani mezzogiorno.»
«La posso prendere come una promessa?»
«Mettiamolo per iscritto! Diciamo che se le faccio avere l’appalto, ad un prezzo ragionevole, lei mi darà la dirigenza ed un sostanzioso bonus…»
«D’accordo! Io credo che in ogni caso l’offerta della Fed- El si aggirerà sui settecento mila dollari.»
«No, signor Clyde, non sto scherzando.»
«Era convinto di dover arrivare a spenderne almeno il doppio. No, mi creda. Quelli hanno bluffato con noi, ma non hanno poi così tanti soldi da spendere. Io metterei non più di settecento cinquantamila dollari in quella busta.»
«So fare il mio mestiere! Io le consiglio di mettere quella cifra, poi starà a lei decidere cosa fare.»
«Mi dispiace. Adesso però devo proprio scappare. La saluto.»
«A domani!»

Il trillo della timbratrice sancisce la fine della giornata lavorativa di Rod. C’è meno di un’ora prima dell’appuntamento con Sandy. Decide di concedersi una doccia giù al piano di sotto negli spogliatoi vicino alla palestra.
«Anche tu qui!»
«Sì, devo fermarmi ancora a lavorare, ma ho sentito forte il desiderio di una bella doccia. Altrimenti non sarei stato in grado di continuare.»
«Tu hai già finito?»
«Beato te! Io devo finire prima di domani mattina una relazione importantissima…»
«Allora?! Sei pronto ad affrontare tua moglie?»
«Devi farla parlare. Se le metti subito davanti agli occhi le fotografie che ti ha dato quell’investigatore, alla fine rischieresti che finirebbe per chiudersi e non servirebbe a nulla.»
«Te l’ho già detto! Quelle stampe possono voler dire tutto e nulla. Sta dando un bacio ad un uomo che non conosci, è vero. Però, non hai nulla di più: in fondo potrebbe anche essere un suo vecchio amico. Magari, si tratta di uno che non vedeva da chissà quanto tempo. »
«Vedi?! Pure il tuo detective, ti ha detto di aver preso quelle istantanee, ma di non essere riuscito a trovare nulla di più compromettente…»
«Non essere paranoico e ricorda il mio consiglio: falla parlare e poi… trovatene un’altra. Una che potrai scopare quando ne avrai voglia e che non ti chiederà mai di accompagnarla a fare la spesa.»
«Te l’ho già detto! Questo è un prodotto garantito. Fatti un’amante anche tu e imparerai a ridere su tutte queste paturnie.»
«Ma sei scemo? Ma che mi ringrazi a fare? Siamo amici, no? È il minimo che posso fare per te. Quello che mi spiace, è solo di non poter fare di più per farti stare bene.»
“per ora mi accontento io di stare bene nel tuo letto, tra le morbide cosce di tua moglie. Se poi avanzera qualche cosa, cercherò di pensare anche a te.”

Rod giunge a casa di Sandy in perfetto orario. Si guarda intorno brevemente e poi si avvicina al citofono.
«Sono qua sotto bellezza!»
«Mi scusi! Pensavo di parlare con Sandy. Ah, capisco, lei è la sorella…»
«Sì. Per favore può dirle che la sto aspettando qua sotto?»
La ragazza non si fa attendere. Arriva dopo pochi minuti e si accomoda sulla Jaguar XJS.
«Ehi, sei un vero schianto Baby.»
«No, non ti sto prendendo in giro. Sei veramente bellissima.»
«Allora?! Che ne dici di andare a mettere qualcosa sotto i denti?»
“Un piccolo aperitivo prima di metterli su di te i miei denti…”

Nelle luci soffuse del Bobadilla, l’atmosfera è ovattata dalla dolce musica di sottofondo. La musica dolce e intrigante di Michael Bublè, rende ancora più eccitante quel momento. Lo aiuta a pregustare il momento in cui l’avrebbe convinta a salire al piano superiore in quella camera che ha già prenotato e che, ne è sicuro li avrebbe ospitati poco dopo.
Lei è bella, ed anche molto più giovane di lui. E’ molto più di quanto Rod avesse potuto sperare. Non è quello però a provocare l’eccitazione crescente che lo sta pervadendolo. Certo, l’idea di portarsela a letto e godersela fino in fondo non è da scartare, ma il pensiero di poterla avere in quel modo, di farla sentire come una puttana, lo accende ancora di più.
«Mi sono permesso di ordinare anche per te! Sempre che a te piaccia il pesce.»
“Ti piace il pesce! Questo lo sappiamo entrambi.”
«Certamente che è carino questo posto. Credevi forse che ti avrei portato in un posto qualunque.»
«Non riesci a pensare altro? Cosa vuoi che mi freghi quanto mi costa questo posto! Per te, questo ed altro.»
Attende che il giovane cameriere porti in tavola un variopinto antipasto di pesce, più coreografico che buono e poi, abbandonando gli indugi Rod passa all’attacco.
“Adesso ragazzina vediamo quanto ci tieni a fare carriera nella GEO.”

«Allora piccola che cosa dovrei dire al tuo capo?»
«Come non lo sai? Prova a sforzarti, ci sarà un tipo di lavoro che vorresti fare: un sogno professionale nel cassetto.»
La desidera! La vuole! Almeno quanto desidera, giocare crudelmente con lei come avrebbe fatto un gatto con un topo prima di azzannarlo alla giugulare.
«Ah, credi che l’importante per te sia solo che si accorga di te e che sappia come valorizzarti.»
Non gli frega assolutamente nulla di quello che ha nel piatto. Ormai, il suo unico interesse è limitato a portare la ragazza al piano superiore. E non gli interessa neppure giocare a sedurla. La vuole e basta. Parte all’attacco a testa bassa.
«E che cosa saresti disposta a fare per riuscirci?»
«Beh, tutto è una risposta un po’ troppo generica.»
Aspetta che lei, vincendo l’imbarazzo cerchi nell’archivio della sua mente confusa una risposta da adattare alla situazione. Non le lascia troppo tempo. Non vuole lasciarle l’opportunità di trovare una facile via di fuga o la forza di sottrarsi al suo attacco frontale.
«Ci finiresti a letto?»
“Con me ci finirai. Che tu lo voglia o no!”
«No! Quello non te lo consiglio. Conosco bene l’integerrimo ed irreprensibile Mr Clyde, di fronte a questa evenienza finirebbe per cacciarti dalla ditta alla prima occasione. Lui, si considera troppo pulito per accettare questo tipo di profferta sessuale.»
«È vero, è geloso quando mi vede parlare con te. Però, credo che la sua sia la stessa gelosia che avrebbe se mi vedesse avvicinarsi alla sua Mercedes.»
«Ho detto che lui, potrebbe offendersi e cacciarti nel caso tu gli facessi qualche avance. Però, fidati di me, se tu ci provassi l’unica a perderci saresti tu.»
«Bob ha i giorni contati. Adesso sta facendo la parte del grande capo che sta cercando di mandare avanti l’ufficio, ma in realtà è solo un gigante con i piedi d’argilla.»
Rod sorride sornione versando altro vino nel calice della ragazza che, lo sta ad ascoltare sempre più confusa. Alza il proprio bicchiere al cielo e le propone un brindisi.
«La realtà piccola mia è che dovresti puntare su di un altro cavallo. Se vuoi incassare il premio, non puoi permetterti di puntare su un piazzato, devi azzeccare il vincente.»
«Brava! Vedo che hai capito al volo. Sono io il cavallo vincente e presto te ne accorgerai anche tu.»
«L’affare Donovan. Seguendo le disposizioni di quella testa vuota di Clyde la GEO lo perderà sicuramente. Non credo che, l’assemblea degli azionisti sarà molto felice quando questo succederà.»
«Lo so e basta! Ora però mi sono stufato di aspettare il cameriere. Vieni andiamo di sopra.»
“Adesso è venuto il momento di scopare.”
«Seguimi e fidati di me.»

Rod la guida sul terrazzino del ristorante e rivolge lo sguardo verso il lago, fingendo di fissare l’orizzonte.
«Come posso sapere che Bob fallirà l’aggancio nell’affare Donovan?» Ride di gusto Rod, prima di aggiungere:
«Lo so e basta!»
«Credo che ci sarà una deroga nella gara di appalto e che la GEO otterrà il lavoro solo grazie ad una seconda offerta.»
«È un po’ troppo complicato da spiegare.»
Le lascia qualche istante per cercare di mettere a fuoco il nuovo scenario.
“non vorrai che ti racconti proprio tutto! Che ti dica che a quel fesso di Clyde ho fornito una cifra parecchio inferiore di quella della Federal Electric e che invece io, in forma riservata offrirò la somma corretta e che lo farò solo per salvare la GEO.”

«Dai vieni, andiamo su in camera.»
È certo che lei non può rifiutare la sua offerta. L’ha plagiata, confusa e soprattutto l’aveva convinta a bere. Adesso lo sa, ce l’ha decisamente in pugno.
«Su spogliati!» Le ordina perentoriamente dopo essersi chiuso la porta alle spalle.
Osserva la ragazza levarsi i vestiti con dei gesti quasi meccanici, certo che lei non lo stesse facendo con la reale voglia di farlo. È proprio questa la cosa che di più lo eccita. Il fatto, che lei in qualche maniera si é infilata in trappola e che non sa trovare la capacità o la lucidità per opporsi.
Rimane solo un attimo a guardarla, completamente nuda a cercare in qualche modo di coprirsi solo con le mani. Poi si fionda su di lei buttandola sul letto matrimoniale e con le mani sudate comincia a carezzarle il giovane corpo.
In un rigurgito di buon senso o di semplice amor proprio la ragazza cerca di divincolarsi implorandolo di smetterla e di lasciarla in pace. È però per Rod una decisione troppo tardiva, che in ogni caso, anche se fosse stato meno eccitato si sarebbe guardato bene di accettare.
«Ormai sei mia!» sentenzia stringendole le mani al collo, fino a quando la vede diventare rossa e spaventatissima.
“Prova ancora a cercare di fare la preziosa con me e la prossima volta mi dimenticherò di mollare la presa.”
«Adesso voglio scoparti!»
Con ogni probabilità la stretta intorno al collo ha terrorizzato la giovane donna che a quel punto si arrende, lasciandolo fare ed accettando passivamente le attenzioni di Rod. Nella stanza si possono udire distintamente i gemiti della donna, di sicuro più simili a dei singhiozzi che a qualsiasi altra forma di piacere, ed il ritmico cigolio del letto. Il fatto che lei si fosse pentita di avere accettato le sue avance, e che addirittura, adesso fosse terrorizzata da lui, invece che funzionare da deterrente per le sue voglie sortisce l’effetto contrario. Ne aumenta l’eccitazione e gli da nuova forza.
È quella solita sensazione che prova tutte le volte che riesce a sottomettere qualcuno. Una sensazione che lo inebria, e che gli dona nuova linfa e che funziona per lui meglio di qualsiasi integratore.
Ignorando le suppliche di Sandy che lacrimante gli chiede di smettere, Rod seguita a possederla seguendo solamente il proprio istinto animalesco. Il suo è il piacere non solo fisico di poter disporre di lei. Poi, lei si arrende e lo lascia fare, accettando passivamente tutte le sue attenzioni.
«Allora? Ti è piaciuto?» Le chiede ironicamente dopo aver portato a termine il suo lungo atto di violenza. Non appena si è sollevato da lei, la ragazza si scosta velocemente di lato cercando con il lenzuolo di coprirsi.
«Che cosa pretendevi? Che ti avrei coccolata per tutta la notte prima di poter arrischiare di…»
«Bastardo?! Forse sì! Ma non mi sembra proprio il caso di fare un’analisi di quello che siamo. Io forse sarò bastardo, ma tu che cosa sei?»
«Non rispondi? Ti limiti a piangere. Non preoccuparti, non ti lascerò nel dubbio: una puttana! Ecco che cosa sei.»
«Libera di farlo! Ci sono molti testimoni giù al ristorante, che ci hanno visto insieme e che potranno raccontare che non ti ho obbligato a salire in camera con me.»
«Esagerata! Se questa me la chiami violenza carnale, vedrai la prossima volta.»
Lei si è rimessa i vestiti e sempre singhiozzando sta cercando le sue scarpe sotto il letto.
«So che stai pensando di parlare con Bob per metterlo in guardia sulle mie intenzioni. Prova a farlo e farò in modo che tu possa essere buttata fuori a calci dalla General Electo-optic.»
“lo farà lui stesso, quando gli racconterò quello che è successo in questa camera questa sera.
E se per caso tu gli racconterai quello che ti ho raccontato e quel fesso decidesse di darti ascolto, alzando la sua offerta si ritroverebbe a spendere più di quello che gli ho suggerito io.”

Bastardo dentro. racconto parte seconda

Bastardo dentro.

parte seconda:

Oggi, a Rod, quella sua scrivania nell’open space sembra troppo piccola per lui. Si sente un po’ sottovalutato ad essere costretto a dividere l’ufficio con altre venti persone. Non che la cosa gli dia particolarmente fastidio, di solito anzi, spiando il lavoro di altri è riuscito a farsi venire qualche idea particolarmente brillante. Non è difficile per lui, guardarsi intorno ed attingere il meglio di quello al quale lavorano i colleghi e farne tesoro. Copiare qualche idea, tenerla in naftalina il giusto tempo per poi tirarla fuori al momento più opportuno è un’arte che conosce molto bene. Aveva fatto un gran figurone qualche tempo prima, quando aveva, nel solito meeting settimanale, presentato la sua idea per un nuovo amplificatore ottico. Aveva preso l’idea dal progetto che Bruce Dickinson stava cominciando e del quale lui non avrebbe dovuto sapere nulla. Certo non aveva copiato il lavoro del collega. Aveva semplicemente preso spunto da quello e poi, grazie alla sua esperienza ed alle sue innegabili capacità aveva portato a termine il lavoro anticipando il punto al quale in ogni modo Bruce sarebbe arrivato.
Poi, stando in mezzo alla gente, poteva togliersi il lusso di giocare e di divertirsi a suscitare in loro ogni genere d’invidia. Per questo motivo aveva alzato il ricevitore del telefono e aveva voluto chiamare la moglie:
«Ciao Rose, qui va tutto bene e tu?»
«Sono contento che anche tu stia bene. Il boss mi ha appena passato la solita patata bollente. Mi chiedo che cosa ci stiano a fare qui tutti gli altri se poi spetta sempre a me togliergli le castagne dal fuoco.»
«Certo amore, puoi giurarci che glielo chiederò. È arrivato il momento di chiarire alcune cosette anche con lui. Sì! Questa volta hai proprio ragione, ne ho piene le scatole di farmi sfruttare come un imbecille e di rimanere seduto a vedere gli altri che fanno carriera grazie al mio lavoro.»
«No! Non mi sembra il caso di invitarlo a cena a casa nostra. Non credo di avere bisogno di questi sotterfugi per ottenere quell’aumento di stipendio che credo mi spetti di diritto.»
«Ti dico di no! Domani, quando gli porterò il rapporto Balkmann, lo affronterò direttamente e lo metterò con le spalle al muro. Rod Williams non ha paura di queste cose: se accetterà le mie condizioni va bene, in caso contrario… che si faccia aiutare da qualcun altro.»
«No, non credo che farò molto più tardi del solito questa sera.»
«Vorresti andare a mangiare fuori?! Perché no? Non è una cattiva idea. Ascolta il mio programma: vengo a casa, mi faccio una rapida doccia e via, usciamo ed andiamo a mangiare, magari a Winnecta.»
«No! Non mi va di andare all’Afredo’s. È un po’ scaduto come locale e poi, è troppo costoso e non ne vale la pena…»
«Sai benissimo che non sono tirchio! Non è quella la ragione per cui non ci voglio andare. Ad ogni modo, ceniamo al lume di candela, magari facciamo un salto in spiaggia e poi ti scopo lì al chiaro di luna.»
«Perché mi dici porco? Non lo trovi romantico?»
«Dai amore, adesso lasciami lavorare, altrimenti non riuscirò a finire per tempo.»
«Sì, anche io ti amo!»
«Certo non vedo l’ora di fare l’amore con te!»
«A più tardi allora.»

«Ehi John! Il fatto che tu abbia il tuo tavolo da disegno vicino alla mia postazione non ti da il diritto di ascoltare le mie telefonate.»
«Scusa un cazzo! Credo di avere diritto ad un poco di privacy.»
«Ti faccio ridere quando parlo a quel modo con mia moglie? Credo che la tua sia solo una brutta invidia. Io questa sera, dopo il lavoro ho un programmino con donne ostriche e Champagne, e tu: bene che ti vada ti farai un paio di birre in centro e magari ti capiterà di farti fare un pompino con il rossetto da una mezza troia ubriaca quanto te. Una di quelle, che da sobrio ti avrebbe fatto più che schifo.»
«Come mi permetto? Mi permetto, mi permetto. Anzi, credo proprio che dopo quelle due o tre birre, avrai fretta di tornare a casa per trastullarti il cosino un po’ da solo.»
«Si sono disgustoso, solo perché ti metto di fronte alla realtà?»

«Ciao Maria. Posso stare pochissimo al telefono, perché in questo ufficio non c’è mai nessuno che sia capace di farsi i fatti suoi.»
«No, adesso posso parlare. Quel rompicoglioni di John se ne è andato a fare delle fotocopie e credo che ne avrà almeno per una decina di minuti.»
«Si faccio in tempo a dirti che ti amo! Sei la cosa più bella che mi sia capitata.»
«Dobbiamo stare attenti, però. Oggi ho parlato con tuo marito e mi ha detto che sospetta che tu abbia un’amante. Mi ha confermato che ha assoldato un investigatore privato per pedinarti.»
Rod emette una strana risata stridente, che attira da lontano l’attenzione di Sandy che lo guarda con aria interrogativa.
«No, non sa nulla di noi, figurati non è così intelligente da arrivarci da solo. Del resto, come potrebbe sapere che quell’investigatore è un amico mio.»
«È stata una grande idea quella di fargli trovare il biglietto da visita dello studio investigazioni di George. Quello stupido è convinto di avere avuto l’idea di rivolgersi a lui, mentre in realtà sono stato io a spingerlo a farlo.»
«Va bene! Devo ammettere che anche tu, con l’idea di farti fotografare in atteggiamenti affettuosi con quell’attore, non sei andata tanto per la leggera.»
«Sì è vero hai ragione: qualcosa doveva averlo pure capito se si è accorto che eri strana negli ultimi tempi… »
«No, questo assolutamente no. Io gli ho consigliato di parlarti liberamente e di cercare di farti confessare. Credo che lo farà questa sera. Tu sai già che cosa gli dovrai dire vero?»
«Sì brava! Digli pure che stai attraversando un momento particolare e che quello che è stato fotografato è un tuo vecchio compagno di università. Ripetigli però, che non hai nessun altro all’infuori di lui. Te lo ritroverai ai tuoi piedi.»
«Ma va! Lo conosco come le mie tasche, quello non aspetta altro che sentirsi dire queste cose da te.»
«Ti dico di sì. Quello stupido accetterà le tue spiegazioni, ed al momento si dimenticherà delle tue foto compromettenti. Poi, una volta rimasto solo, ci tornerà con il pensiero e sono sicuro che subito dopo vorrà parlarne ancora con me.»
«Lo tengo in pugno amore. Lui a questo punto è come un burattino nelle mie mani…»
«Certo che ce lo toglieremo di torno. Ho già elaborato un paio di piani diabolici per mettere fuorigioco quell’imbecille di Herbert. A volte mi chiedo ancora come hai fatto a sposare uno stronzo così.»
“ stronzo si, ma con tanti di quei soldi in banca da fare invidia chiunque.”«Sì! È solo questione di tempo. Fra non più di un paio di mesi, te lo sarai tolto per sempre dalle scatole e potrai vivere tutto il resto della tua vita alle sue spalle.»
«Certamente! È stato un lapsus. Volevo dire potremo vivere tutta la vita alle sue spalle.»
«Questo dipenderà da lui. Se reagirà come credo, ti potrai limitare a chiedere il divorzio, con una buona dose dei suoi soldi come buona uscita. Altrimenti… sì, credo che potremmo anche farti diventare una giovane e bellissima vedova.»
«Non sono pazzo! Non ho ancora ammazzato nessuno e non ho certamente intenzione di cominciare ora.»
“al massimo, se proprio sarà necessario, convincerò te a mettergli qualcosa nel caffè.”
«Lo porteremo a farlo da solo, vedrai. Conosco il modo per…»
«Adesso ti devo lasciare… sta tornando quel ficcanaso di John. Ciao, ciao.»
«Sì, anche io. Certo sta tranquilla a presto. Ciao»

«Senti amico: se non vuoi passare delle grane ti consiglio di cancellarti dalla faccia quel sorrisetto idiota. Ricordati, che io lavoro in questa ditta da più di dieci anni. Da quando tu facevi ancora la pipì a letto, quindi vedi di disegnare e di limitarti a quello. Che di cose da fare ce ne sono.»
«Certo che penso per me! Però, stai attento a quello che fai. Mi ci vuole un attimo per parlare con Bob e per farti rimandare giù in officina.»
«Certo che lo chiamo Bob. Lui è stato assunto qui alla General Electro-optic nello stesso periodo in cui sono stato preso io e siamo abbastanza in confidenza.»
«Non mi piace sfruttare la cosa per fare carriera. Io voglio arrivare in alto perché valgo qualcosa, non perché sono lo scendiletto del capo.»
«Adesso mi hai proprio seccato. Un’altra parola e chiederò a Bob di spostarti da qui.»
«Non mi provocare John! Attento che la mia pazienza ha un limite.»
«Ecco da bravo così! Rimettiti ad usare quel cazzo di tecnigrafo e non rompere le palle.»

Rod si mette finalmente al lavoro. Conosce abbastanza bene il progetto Balkmann, ed è certo che, malgrado la preoccupazione del capo, il lavoro fosse a buon punto e soprattutto ben fatto. Gli sarebbe però bastato mettere un paio di modifiche, per dargli una parvenza di miglioramento e per fare la solita bella figura. È stato lui stesso a mettere in giro strane voci riguardo l’operato dei colleghi che vi lavoravano, sicuro che queste sarebbero arrivate all’orecchio del capo. Conosce alla perfezione il suo ambiente di lavoro: tanto da sapere in quale maniera fare circolare alcune voci e soprattutto come fare in modo che queste arrivino al capo. Sa poi, particolare non trascurabile, che Bob Clyde è arrivato a quella sua posizione solo grazie a delle raccomandazioni e che a differenza sua, non è in condizione di saper valutare da solo il lavoro dei suoi dipendenti. Il capo, si fida ciecamente di lui, e questa in realtà è la sua arma migliore.
Prende un post-it piuttosto grande e senza indugio comincia a scrivere:
“Certamente l’affare Balkmann è stato portato avanti in maniera troppo superficiale. Credo che se invece di utilizzare dei cavetti di sezione 1 mm avessimo optato per una sezione maggiore, adesso non ci ritroveremmo con questi problemi di interferenze. Anche per la trasmissione dei dati, secondo me passerei alla fibra ottica: è più veloce e più facile da criptare. Lo avevo già proposto a quel buono a nulla di Fred, ma lui non ha voluto prendere in considerazione la cosa. Siamo ancora in tempo naturalmente, per rimettere le cose a posto e con una spesa relativamente modesta.
In ogni caso non esitare a chiamarmi, se ti serve qualche chiarimento.”
Ciao Rod

Funzionava così da diversi anni. Il capo gli chiedeva sempre più di frequente questo genere di aiuti e lui, si era convinto che ormai, non potesse avere più limiti all’interno della GEO. Nessuno si sarebbe mai messo a criticare l’operato di Bob Clyde, e meno che mai lo avrebbe fatto Clyde stesso.

Si è avvicinato con decisione alla scrivania di Sandy e le da la cartelletta con il fascicolo su cui è appiccicato il post-it
«Certo che ho già fatto, piccolina. Se quel fesso del tuo capo avesse subito affidato a me questo lavoro, non avrebbe perso tutto questo tempo.»
«Io adesso vorrei andare a mangiare un boccone. Per favore Sandy, puoi lasciare tu il fascicolo sulla sua scrivania.»
«Naturalmente! Certo, che mi farebbe piacere se mi accompagni a mangiare. Potremmo andare lì sotto alla caffetteria, o se preferisci anche fare un salto al parco.»
«Va bene! Ok per il parco allora.»
«Ok, passa a chiamarmi alla mia scrivania quando sei pronta.»

«Non sono mica male questi hot dog. Credo però, che ti meriteresti qualcosa di meglio di un boccone veloce.»
«Mi rendo conto che con quello che ti paga questa cazzo di ditta…»
«Non ti preoccupare, è solo una situazione temporanea la tua. Secondo me, nel giro di un paio di anni, troverai una sistemazione più adatta a te.»
«… certo! Anche a livello economico.»
«No! Non lo sto dicendo solo per farti piacere. Quello che dico lo penso veramente, altrimenti non sarei qua a perdere tempo con te.»
«No! Non credo che cambiare ditta adesso sia la cosa più giusta. Da quanto lavori per la General Electro-optic?»
«Da un anno e mezzo?! Esattamente come ti stavo dicendo, hai già investito troppo tempo per poterti permettere di cambiare lavoro. Adesso se te ne vai, perderesti solo parte di quello che ti spetta per aver lavorato qua.»
«Quello che voglio dire è solo che se cambi ora, ti ritroveresti a dover ricominciare da capo, mentre qui hai già gettato delle basi per il tuo futuro.»
«Sei molto giovane»
“e sei anche un gran pezzo di gnocca!”
«Sei in gamba ed il futuro non potrà che essere tuo.»
«Certo che ne sono sicuro! Fidati di me. Nel giro di un paio di anni la tua vita professionale cambierà da così a così.»
«… e se non sarai soddisfatta dei soldi che ti darà la General Electro-optic, troverai di sicuro una nuova ditta ad assumerti facendo lievitare il tuo stipendio.»
«No, non la faccio così facile. Per me ha funzionato nello stesso modo. Sono entrato qui tanti anni fa e ho fatto esattamente quello che ti ho appena detto. Mi sono dato da fare e come vedi ha funzionato.»
«Sì e no! È vero che ci conosciamo da tanto tempo, ma da questo a dire che siamo amici, ne passa.»
«Certamente lui si fida di me! Lo vedi anche tu: quando ha un minimo dubbio su qualcosa vuole sempre sentire anche il mio parere, prima di decidere che cosa fare.»
“… e adesso sei quasi in trappola bella mia. Adesso, quando mi chiederai se non posso dire una buona parolina per te con Clyde, sarà come se ti fossi già sfilata le mutandine…”
«Sì, se questo è quello che vuoi non avrò alcuna difficoltà a farlo. Ad essere onesti, credo che lui si sia già accorto di te. Ti ho già detto che poco fa mi ha quasi fatto una scena di gelosia.»
«Va bene! Esci con me questa sera ed io domani mattina gli parlerò.»
«Te l’ho detto, lei non è proprio un problema. Allora: accetti?»
«Stai tranquilla! Non succederà nulla di quello che non vuoi.»
«Devi solo dire di sì! A tutto il resto ci penserò io come al solito.»
«Ma dai! Ti assicuro che non penserò che sei una ragazza facile o come dici tu che sei una troia,»
“certo che lo sei!”
«D’accordo allora. Passerò a prenderti alle otto e trenta.»
«Potremmo andare all’Afredo’s oppure se preferisci, ti potrei portare in un bel localino a Winnecta. Ha una vista panoramica sull’oceano che ti toglie il respiro.
“ ed al piano superiore affitta pure delle camere.”
«È vero: si è mossa un po’ l’aria e fa un poco freddo. Vieni, rientriamo adesso. Così avrò il tempo per organizzare tutto.»
«Sei contenta di uscire con me questa sera?! Io lo sono anche più di te. Era da un po’ di tempo che morivo dalla voglia di chiedertelo.»
«Vestiti come vuoi. Il locale dove ho intenzione di portarti è abbastanza chic, ma al tempo se ci venissi con un paio di jeans non sfigureresti lo stesso.»

Bastardo dentro. racconto parte prima

Bastardo dentro

parte prima:

Il rumore metallico di una monetina caduta attraverso la feritoia del distributore automatico del caffè, rompe il silenzio che ha regnato incontrastato fino a poco prima.
«Lascia!» Ordina perentorio Rod, «questa volta tocca a me pagare.»
La sua voce si sovrappone al rumore della macchina, che, dopo aver macinato la solita dose di chicchi, sta erogando il caffè in un bicchierino di plastica.
«Certo non è il massimo questo caffè! Sì, hai ragione! Poi però, con l’andare del tempo ci si abitua a berlo e quasi, non ci si accorge più della differenza.»
Un lungo sorso stringendo le labbra, quasi per evitare di scottarsi la gola, o forse solo per esorcizzare il forte sapore amaro della bevanda nerastra, e poi:
«No, io lo preferisco così: senza zucchero. Solo quando è amaro, puoi avere la possibilità di apprezzarne il sapore. Se gli aggiungi troppo zucchero, allora finisci con il ritrovarti in bocca una stupida brodaglia dolciastra.»
Beve un altro sorso, questa volta più lungo cercando di resistere al calore del liquido che gli sta graffiando la gola.
«Ne vuoi un altro? Ascolta me, non metterci lo zucchero stavolta.»
«Hai paura di non riuscire a dormire questa notte? Ma che dici! Sono solo le nove di mattina. Prima di andare a letto ne passerà di tempo…»
Il nuovo tintinnio di una moneta da un quarto di dollaro, seguito da quello ormai famoso del macinacaffè e dell’erogatore occupa lo spazio lasciato libero dalla conversazione.
«Io credo che non sia colpa del caffè se tu non riesci a dormire la notte.»
Rod sorride strano e poi, dopo aver prelevato il nuovo bicchierino:
«Lo so, è Maria quella che ti toglie il sonno. Non è vero?» Non ti preoccupare ci sono passato anche io. È stato tanto tempo fa e non l’ho mai raccontato a nessuno. Con te però, credo che potrei fare un’eccezione.»
«Sì, fa male pensarci, ma credimi non è la fine del mondo! Forse Maria in questo momento si sente insicura. Forse ha solo bisogno di allontanarsi da te per poter ritrovare se stessa. Credo che dovresti darle del tempo.»
«Ti tradisce?! E come puoi esserne sicuro?»
«Ah, hai assoldato un investigatore privato per seguirla. E che cosa ha trovato?»
«Le foto! Queste foto possono volere dire molto, ma sicuramente non ti danno la certezza che sia successo. Credimi Herbert, in queste fotografie la tua donna è solo ripresa insieme con un altro, ma al di là di qualche innocente bacio, non mi sembra che ci sia altro materiale compromettente.»
Rod butta nel cestino verde dedicato al materiale plastico da riciclare, il suo bicchierino e tiene alzato il coperchio per permettere al collega di fare altrettanto. Poi scuotendo la testa e riprende a parlare.
«Ti ho già detto che è successo anche a me. Credevo che sarei impazzito quando ho cominciato a comprendere che c’era un altro. Invece, è bastato obbligarla a parlarmi ed a confessarmi tutto per rimettere le cose al loro posto. E poi, in tutta sincerità: tu non l’hai mai tradita.»
«Vedi?! Allora che cosa pretendi da lei? Ascolta me, l’importante, quando scopri che tua moglie ha un altro è non essere impreparato. Se ti sei già fatto un’amante e sai sfogare con lei la frustrazione del tradimento, la metà dell’opera è fatta.»
«Come porco? Allora proprio non hai capito niente. Mi chiedo perché sto ancora a perdere tempo con uno come te.»
«Si va bene accetto le scuse. Ma dai, lo so che non avevi intenzione di offendermi. Quello che volevo dirti è solo che… Attento sta arrivando il direttore, è troppo tempo che stiamo qui davanti alla macchinetta del caffè.»
«Buongiorno signor Clyde. Tutto bene?»
«No, no. Stavamo giusto andando via adesso. »
«Va bene, chiederò a Sandy di passarmi l’incartamento Balkmann, anche se ad onor del vero pensavo che se ne sarebbe dovuto occupare qualcun altro.»
«Sì, d’accordo! Entro domani lo potrà trovare con i miei commenti sulla sua scrivania. La saluto.»
Il rumore dei passi del direttore ha troncato di colpo la discussione precedente e lasciato in sospeso alcuni concetti che però adesso, dopo il colloquio con il proprio capoufficio, Rod sembra non avere più voglia di riprendere.
«Finisce sempre così! Gli altri si fanno belli e poi… poi il solito sgobbone deve portare avanti il lavoro per tutti. Beato te, che lavori giù in produzione. Non hai idea di che schifo di posto sia il nostro ufficio tecnico.»
«Anche giù avete i vostri problemi?! È normale, ma là dentro… credo che il più innocuo abbia già venduto la mamma al diavolo pur di fare carriera. Figurati che Bernie Wilson ha chiamato il suo secondo figlio Clyde. Ti pare un nome da dare ad un bambino?»
«No, te lo giuro: lo ha chiamato così. Proprio come il nostro direttore.»
«Mio figlio?! A parte che io non ho figli; ma se mai ne dovessi averne uno non credo che gli farei questo sgarbo.»
«Va beh, facciamo finta di nulla: ti saluto! Ci si vede domani.»
Rumore di passi. Rod si allontana dal collega, ma prima che questi possa entrare nell’ascensore, gli vuole regalare un nuovo consiglio:
«Ascoltami Herbert, fidati di me. Parla a Maria e vedrai tutto tornerà come prima.»
Torna indietro e si riavvicina a lui.
«Lo so che tu hai molta considerazione di me e che ti fidi di quello che ti sto dicendo. Devi fare due cose: fatti un’altra donna e parla con Maria. Ti sentirai molto meglio dopo.»
«Non devi provare vergogna per quello che ti sta capitando. Prima o poi, capita a tutti nella vita di trovarsi in una condizione come la tua…»
«Ma che dici? Chi vuoi che sappia oltre a me che tua moglie se la fa con un altro. Sempre ammesso che sia vero, poi.»
«Dai, non essere paranoico! A chi vuoi che interessi saperlo.»
«Figurati! Lo so solamente io e nessun altro, non temere.»
Il rumore di passi annuncia che qualcuno si stava avvicinando e da lontano la figura di Clyde affretta la fine della discussione.
«Ciao, adesso devo proprio scappare se no quello chi lo sente. Ci si vede domani, magari una decina di minuti più tardi rispetto ad oggi.»

Rod entra nel grande open space dedicato all’ufficio tecnico e senza esitare si avvicina alla scrivania davanti alla stanza dedicata al capoufficio. Il “bocconcino,” come l’uomo ama apostrofare la collega che ha appena smesso di parlare al telefono, è uno dei suoi sogni proibiti: uno di quelli che è sicuro di poter realizzare. Quello che desidera, è solo riuscire a convincerla ad uscire una sera. Ha già pronto il programma per lei: un aperitivo in uno dei locali più alla moda della costa ovest del lago Michigan, poi una cena da Alfredo’s e l’unico dubbio sarebbe stato se salire da lei per finire in gloria la serata o se portarla in qualcuno dei motel con camera vista lago. È sicuro che, lei non avrebbe potuto resistere alla sua corte. E certamente, non avrebbe potuto rifiutare le sue avance dopo la serata indimenticabile che le avrebbe regalato.
«Sandy! Il boss vuole che mi dai il malloppo relativo a quei rompipalle dei Balkmann.»
Si siede vicino a lei, in attesa che gli consegnasse il fascicolo approfittando per dare una sbirciatina alle gambe lasciate libere dalla ridottissima minigonna.
“è perfettamente inutile che cerchi di tirare giù quella gonna, è troppo corta per poter coprire le tue cosce.”
«Sei sempre la migliore di tutte. Bisognerà che un giorno o l’altro mi decida ad invitarti fuori.»
Sorride sornione aspettando la replica della segretaria.
«Cosa c’entra se sono sposato? Anche noi sposati abbiamo diritto alle nostre distrazioni. Non vorrei fare la fine di quello stupido di un Herbert, e morire dalla gelosia.»
«Come non lo sai? La moglie di quel fesso si deve essere fatta un amante. Capirai la novità. Deve essere veramente una palla al piede un marito come quello.»
Sorride in maniera falsa e si avvicina a lei in maniera furtiva. Carico di complicità:
«Non è che mi stia particolarmente antipatico. Anzi, sotto sotto, quello sfigato non mi dispiace. Però, deve essere di una noia mortale. E poi, credo che inconsciamente, sia anche un po’ finocchio.»
«No, che non ci ha provato con me! Figurati, gli avrei spaccato la faccia se solo avesse provato ad accennare una minima avance.»
Rod ride di gusto fingendo di dare un’occhiata alle prime pagine dell’incartamento che la giovane segretaria gli ha appena messo davanti. «Adesso ti devo lasciare, ma ricordati che prima della fine settimana, io e te dobbiamo uscire insieme.»
«Dove ti porterei?»
“ non ci arrivi da sola? E dire che mi sembra che ne hai già fatti di chilometri…”
«Ovunque tu vorrai, darling.» Sorride ancora lui aggiungendo:
«Ti porterei da Alfredo’s a mangiare. È il miglior ristorante di tutta la zona ed è anche il più caro ovviamente. Però, lì cucinano il migliore pesce di tutta la costa. Poi se vorrai, potremmo andare al Mulligan’s a ballare e…»
«No!» esclamò sorridendo «Non ti obbligherei mai a fare qualcosa che non vorresti. Nulla ti sarà fatto, se non sarai tu a chiederlo.»
Raccoglie il voluminoso fascicolo dalla scrivania e alzandosi in piedi la rimira guardandola dall’alto.
«Tu non devi preoccuparti di quello che potrebbe dire mia moglie. A te, spetta solo il dovere di accettare la mia proposta, a lei ci penserò io.»
«Te l’ho già detto, Rose non sarà assolutamente un problema. »
«Ma sì! Una balla in qualche modo riuscirò a trovarla. Basta solo che tu mi dica con un giorno di anticipo se accetti.»
«Eccolo che viene. È tutta mattina che mi vede in giro, è molto meglio se faccio ritorno alla mia scrivania.»
«Lo so! Deve essere palloso dover avere a che fare con un tipo così.» Afferma Rod pizzicandosi la base del naso e facendo una strana smorfia.
«Ci ha provato anche lui? Allora si vede che è stupido, ma non completamente rincoglionito.»
“ecco un motivo in più per provarci io!”
«Certamente signor direttore. Adesso comincio e le prometto che…»
«Subito? In questo momento? Va bene!» Recita compassato Rod con un sorriso di circostanza.
« Posso lasciarti un attimo il fascicolo?» Domanda rivolgendosi alla segretaria prima di seguire il capo nel rispettivo ufficio.
Mr. Clyde lo fa accomodare sulla poltroncina davanti alla scrivania in ciliegio e poi richiude la porta alle spalle, facendo così in modo da rimanere solo con lui. Non è la prima volta che il capo gli chiede di seguirlo in ufficio, ma oggi sembra essere preoccupato. Più pensieroso del solito. Quel veloce sbattere la palpebra dell’occhio sinistro, lo conferma appieno. Rod conosce Bob Clyde da diversi anni. Abbastanza tempo per sapere alla perfezione che quando è in apprensione per qualcosa, comincia a “scattare delle fotografie” come Rod ha definito il suo tic nervoso. Tutte le volte, che lo ha visto teso o in difficoltà, ha potuto notare quello strano comportamento.
Ha atteso che il boss a sua volta si fosse seduto e con un minimo di apprensione gli domanda:
«C’è qualcosa che non va?»
«Ah, meno male. Temevo di aver combinato qualche disastro.»
Attende che il capo gli spieghi il motivo di quella inaspettata convocazione e meravigliato commenta:
«Ma non dovevano occuparsene Fred e George?»
“ce ne hai messo, cazzone che non sei altro a capire che quelle due mezze seghe non sarebbero state in grado di arrivare da nessuna parte.”
«Ok, capisco. Quello che invece non capisco è perché deve toccare sempre a me sbrogliare la matassa, dopo che ci hanno fatto casino quei due.» Si sfoga Rod appoggiando le due mani sul piano della scrivania e cercando di alzarsi.
«No, non ho detto che non lo voglio fare. Solo che mi piacerebbe, portare avanti dall’inizio questi lavori e non limitarmi a dover trarre d’impiccio quei due buoni a nulla ogni volta che ne combinano qualcuna.»
«Sì, mi rendo conto che non dovrei parlare in questo modo di due colleghi, però…»
“ col cazzo! Questa è la volta che mi libero di quei due pezzenti o non mi chiamo più Rod Williams.”
«Ad ogni modo va bene! Se la cosa è così, ingarbugliata come sembra, va bene. Me ne occuperò io. Subito dopo la pratica dei Balkmann.»
«Va bene capo. Sarà fatto!»
«Dice che non devo fare più lo scemo con Sandy. Signor Clyde lei lo sa che io sono un uomo sposato?»
“non sarà questo il motivo per cui mi hai fatto un intero reportage fotografico in questi minuti?”
«Va bene non farò lo stesso lo scemo con lei.»
«D’accordo, la saluto allora.»
Esce dall’ufficio e si abbassa per raccogliere il fascicolo Balkmann dalla scrivania della segretaria. Con indifferenza, guarda verso di lei fissandole più che altro la profonda scollatura e sottovoce dice:
«Dobbiamo stare attenti, lo stronzone è geloso di me!»
Accetta il dolce sorriso di lei contraccambiandolo e si avvia velocemente verso la propria postazione.
Rod ha appena ricevuto l’incarico di seguire il progetto Donovan. Avrebbe dovuto cercare di ottenere l’appalto per gli amplificatori ottici da inserire nei loro sistemi. Un giro d’affari da almeno dieci milioni di dollari.